In questo secondo saggio Huxley indaga la natura della mente umana, considerandola essenzialmente bipartita: vi coesistono un Vecchio Mondo di coscienza personale e un Nuovo Mondo, identificato con l’inconscio collettivo e con l’Esperienza Visionaria. Ci sono diversi metodi per passare mentalmente da un mondo all’altro, dall’Io al Non-Io; due di questi, imperfetti ma affidabili, sono l’assunzione di sostanze chimiche, quali mescalina o acido lisergico e l’ipnosi. Oltre a questi “mezzi autocondotti”, particolari condizioni fisiche ed esistenziali permettono di giungere agli antipodi della mente, nel Nuovo Mondo: dieta e ambiente limitati tipici di esperienze ascetiche e religiose, ai limiti della punizione autoinflitta che può schiudere le porte del paradiso. Ma cos’è la Visione? Molti scritti di mistici e poeti descrivono questo “viaggio” agli antipodi della mente e nonostante le divergenze superficiali, tutti presentano elementi comuni: esperienza di luce e colore preternaturale che si incarnano in punti e forme geometriche, prima indefiniti e poi sempre più concreti alla percezione, fino a diventare edifici, paesaggi o anche esseri pseudo-umani ( quelli che Blake definisce “Serafini”). Il visionario non vede mai i suoi ricordi, ma assiste a nuove creazioni, la cui materia è fornita dal quotidiano, modellata dal Non-Io. Fatto interessante è che nelle esperienze visionarie e nelle tradizioni e mitologie più diverse, il Nuovo Mondo, quando si manifesta alla mente come Paradiso, è cosparso di pietre preziose, dai paesaggi alle architetture: troviamo gli stessi smeraldi, diaspri e lapislazzuli nell’Esperienza Visionaria e nell’Eden, nei Campi Elisi, ad Avalon, ad Horaisan e nella terra di Uttarakuru. “Il paradiso è sempre luogo di gemme” perché le pietre preziose ricordano le meraviglie viste con l’occhio interiore dal visionario. Nel Vecchio Mondo dell’Io si possono trovare squarci sul Nuovo Mondo, soprattutto nella contemplazione di opere artistiche e particolari materiali, quali metallo, marmo e vetro, che specialmente se esposti in ambienti bui a creare un suggestivo chiaroscuro, inducono alla visione. Il potere di tali esperienze da sperimentare nel quotidiano è stato ovviamente molto ridimensionato dalla tecnologia che produce luci e colori sgargianti in serie, dalle insegne pubblicitarie agli oggetti d’uso comune: l’abitudine uccide la visione. Ma mescalina e ipnosi, digiuno e meditazione non sempre aprono le porte del Paradiso, a volte ci si trova all’Inferno, in una “oscurità luminosa” terrificante. Mentre la visione beatifica è spersonalizzante, separa dal corpo e porta alla leggerezza, quella negativa è individualizzante e si associa alla percezione del corpo che diventa sempre più gravoso e denso. Ciò avviene in particolari condizioni fisiche o psicologiche, quali stati psicotici o ansiosi e può derivare anche dalla mancanza di fede nella visione o da atteggiamenti negativi momentanei. Huxley paragona l’esperienza dell’Inferno visionario alla schizofrenia come stato patologico. Per ogni tempo e per ogni luogo, abbiamo un’infinità di documenti che testimoniano l’Esperienza Visionaria, emblemi di quell’anelito d’infinito che caratterizza la specie umana rendendola, dagli esordi, mai completa, mai paga.

© Delia Cardinale

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