Ti succhierò la vita e di te non resterà neanche il ricordo o una sola goccia di sangue rappreso. Questa fame è una maledizione e mentre ti ucciderò la morte farà la stessa smorfia di sempre guardandomi, fossi vilipendio di sepolcri e non cadavere. Lei, dea di ogni cosa, sputerà putredine sui miei piedi nudi, ma il guizzo diabolico resterà in questi occhi senz’anima. M’insegnarono la pietà, un tempo, ma l’ho dimenticata. M’insegnarono l’amore e ne ho smarrito il significato. Solo i modi gentili mi restano ancora nel midollo, memoria di un’epoca tramontata: mai sarei venuto da te senza invito. Ti ho baciata le mani e aperto la portiera, portata a bere vino sui sofà dello Chat Noir, poi indicato le stelle sopra i condomini e paragonato a Cassiopea. Eri bella tra le luci rosse di Montmartre. Ho mangiato ratti per corteggiarti da gentiluomo, rimandando la putrefazione e tu mi dicevi che avevo il profumo dei cipressi e delle dalie. Ma ti dimenticherò, nonostante tutti i riti. Dimenticherò il sapore delle tue labbra, la tua pelle d’avorio e la mano offesa che nascondi in un borsetta fiorata. Il tuo vestito glicine è la tavola del mio pasto. I graffi sulle braccia sbiadiranno da sé quando chiuderò la porta, lasciandoti asciutta e fredda sul letto. Nessun rimorso quando leggerò il giornale. È così triste l’indifferenza del mio essere, più della fame, più dell’eternità. Vorrei inondare il tuo corpo di lacrime e seppellirti in un cimitero ebraico, portare sassi sulla tua lapide e recitare la ToraH. Ma profano cadetto della notte, tornerò alla mia cripta, dopo averti disegnata col carboncino. Appenderò il tuo volto tra i mille volti di quel mio personalissimo muro del pianto che chiamo casa. Un’altra notte e già sarai bellissimo disegno senza tempo e per me non avrai mai vissuto, mai colto un fiore, mai comprato pane o bevuto vino. È così triste il blasfemo se ignora la santità. Gole straziate e morsi velenosi nella memoria e non carezze, non profumo: solitudine, fame e silenzio, come in un deserto. Fuggo il sole che farebbe palesi le mie colpe, le croci e l’acqua santa senza mai trovare il coraggio di morire: ogni speranza di ritrovare l’anima sarebbe così perduta e arderei all’Inferno, come Vlad III ed Erzebeth. Liberami da questa non-vita, giovane giglio che sto per recidere. Liberami da catene che non ho mai scelto né imparato a spezzare. Ma già la luce sfuma dai tuoi occhi cerulei, già l’alba si avvicina…devo continuare il mio viaggio nell’ombra, segui la luce, tu che ancora puoi…

© Delia Cardinale

 

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