Emma corre ad occhi chiusi sotto i lampioni: non vuole vedere l’ ombra sparirle sotto i piedi per poi ingrandirsi a dismisura man mano che si allontana dalla luce. Dopotutto, non esce quasi mai dopo il tramonto, ogni sera ha come il sentore di una metamorfosi che le sfigura l’anima: il livore del crepuscolo l’avvolge di un mite e spaventoso silenzio, ormeggiando parole e azioni al molo serrato del domani, fosse già morto l’oggi e non esistesse l’inchiostro della notte. Emma non si riconosce nel suo tempo: non le piace ballare, fumare o bere birra, si sveglia un minuto prima dell’alba, coltiva fiori gialli sul balcone e piange solo guardando film. Iscritta alla facoltà di filosofia, vive in un mondo tutto suo, fatto di piccoli ed incrollabili riti quotidiani.
È sola, in fondo, senza accorgersene neppure, convinta com’è di poter bastare a se stessa. Lei è l’esasperazione del mio essere, la potenza o l’atto di ogni mio pensiero. Ma non ho mai potuto afferrarla: Emma non si lascia avvicinare, respirasse solo entro quel fatuo cerchio che si è disegnata attorno con tanta premura, escludendo tutto il resto, tutti gli altri. Schiva creatura che si ferma a fotografare le discariche: vorrei svelarne il mistero e capire quel suo atarassico modo di approcciarsi alla vita che la fa apparire così definita, se pure nei suoi angusti limiti, prigioniera di una liturgia dell’Io che annulla l’alterità. Emma non ride e non piange in una suprema anaffettività di cui non ho mai compreso causa, fine o essenza. L’ho vista sovente fuggire le circostanze, smarrita nell’ansia di riconquistare un porto franco, stesse per soffocare in un luogo troppo distante dalla sua stanza. Emma ha bisogno di ritornare nel guscio, di sentirsi protetta, come se ogni cosa al mondo potesse turbarla, ferirla o, peggio, annoiarla. È malata questa ragazza, di non-vita: proclama una libertà che non vive, aguzzina di se stessa senza poterlo scegliere. Eppure basta così poco, a volte, per annegare l’apatia, quella paura che annoda le parole in gola, il senso di inutilità dilagante…ma, in fondo, non conosco questa ragazza, né posso aiutarla. Le ho detto che le stelle non sono così cattive e le pareti di una stanza sono troppo strette per i ghirigori del pensiero, ma sta a lei scegliere se forzare l’ipnosi del suo universo solipsista o subirne l’arida ripetitività, fino allo sfacelo, fino alla nausea. Emma ha solo paura, da sempre.

Scritto da simurgh |
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delia non ho parole..
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