Tanto per cominciare, dall’8
La lotta per la dignità femminile è una storia in corso, e siamo a occhio e croce appena nel mezzo del capitolo di mezzo.
Madò, ogni anno la stessa storia?
Ecco, domandiamocelo: quali sono gli elementi che sembrano fare di questa storia dell’8 marzo ogni anno sempre la stessa storia? Una recente analisi di dati ISTAT individua nella mancanza di autonomia economica delle donne una causa significativa dei femminicidi, tanto per cominciare. Ergo, se le donne avessero un lavoro stabile, il concetto di “sentirsi al sicuro” cambierebbe completamente punto di vista.
Secondo un report di WeWorld realizzato con Ipsos, una donna adulta su due racconta di aver subito violenza economica almeno una volta nel corso della propria vita. Tra le donne separate o divorziate la percentuale sale a due su tre. Si tratta di un fenomeno diffuso, stratificato, di cui si parla ancora pochissimo.
Al contempo la dipendenza finanziaria è una delle facce più subdole della sottomissione. L’indipendenza economica oggi non può più essere considerata un optional nella vita di una donna, ma è un pilastro stesso della sua libertà. Essere autonome significa avere potere di scelta, potere di acquisto, il potere di lasciare situazioni oppressive, il potere di pensarsi diverse, di investire nel proprio futuro, di passare ai figli e alle figlie un modello sociale che sia finalmente nuovo.
Gli stereotipi sono bestiacce che iniziano a crescere molto presto, spesso già nella prima infanzia. Studi recenti mostrano che le bambine tendono ad avere un’autostima più bassa di quella dei coetanei maschi, e ciò va ad influenzare le loro aspirazioni future verso il mondo del lavoro, nei confronti del reddito, nella scelta delle carriere e nell’orizzonte economico.
Diventa necessario, tanto per cominciare, introdurre in ambito scolastico percorsi di educazione economico-finanziaria fin da molto presto, nel percorso di studio, per dare alle nuove generazioni gli strumenti necessari a comprendere il valore del denaro e della pianificazione, e diventa necessario cominciare a parlare del lavoro di cura senza mentalmente declinarlo esclusivamente al femminile.
Tra donne si riesce a riconoscere quale sorella è al sicuro e quale non lo è?
Da quale parte del corpo di una donna passa l’indignazione per ogni sorella che al sicuro non è? Diventa urgente dunque chiedersi in che modo sviluppare una solidarietà che parta dal vicinato e arrivi a essere sempre più completa fino a concepirsi transnazionale.
In che modo una donna può rafforzare il suo essere sorella per un’altra donna? Smettendo di utilizzare quelle frasi di giudizio reciproco che tanto sanno essere stronze e superficiali nei confronti di altre donne, tanto per cominciare. E poi smettendo di permettersi il lusso di fare le indifferenti. Occorre rafforzare la costruzione di reti solide e luminose che trascendano confini e culture, perché il punto di vista patriarcale non è l’unica cosa che è urgente destrutturare. Occorre fare a pezzi anche quello sguardo giudicante che non sa più riconoscere le misteriose nascoste storie personali, le innumerevoli variabili della fragilità, i sentieri insidiosi della bassa autostima, le tragedie di bambine, sorelle e madri e quei maledetti gironi infernali della vergogna ingiustificata.
Occorre sviluppare quell’antico istinto capace di riconoscere i segnali d’allarme nelle vite altrui, e quella sfumatura negli occhi che sta dicendo “aiuto, sorella!” Ci vuole il coraggio di tenere le parole ben accese per guardarsi meglio, per vedere meglio dov’è buio.
E come si tengono accese le parole? Si trasformano in argomenti. Argomenti di narrazione, di conversazione, di pensiero, di dibattito collettivo, di correzione reciproca.
La condivisione delle narrazioni, a questo proposito, diventa un atto rivoluzionario.
Gisèle Pelicot quest’anno, oltre a tutto quel che ha creato negli anni appena trascorsi, compie un atto narrativo dalla detonazione molto potente. Ogni storia che mette in moto quel complesso meccanismo che porta all’impavidità, ogni esperienza di superamento, ogni condivisione di difficoltà e messa in comune dei ferri del mestiere del vivere di donna diventa parola e fiamma, tenuta accesa per le altre e per tutti e tutte, spezza l’isolamento e alimenta la consapevolezza collettiva.
Parlare, ascoltare, validare le esperienze altrui crea tessuti di riconoscimento reciproco e metterseli addosso diventa più facile, e rende più forti e pure più eleganti.
Cominciamo. Continuiamo. Ricominciamo, se necessario.
Buon 8 Marzo.
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