Dorotea camminava, leggermente incurvata, sotto il peso del sole di agosto e di un soprabito totalmente fuori luogo in quella mattina accecante.
Nelle mani, due sporte di plastica biodegradabile traboccavano di verdure fresche e turgide.
Suo figlio Achillios tornava su quella piccola isola che annaspava nello Ionio per la prima volta, dopo vent’anni a Londra.
Dorotea temeva gli aerei, quindi ci era stata una volta sola; un’altra si erano incontrati a Patrasso. Per il resto, quel figlio era ormai una navicella in orbita nella galassia infinita delle possibilità: le sembrava persino strano pensare di aver dato asilo al suo corpo per nove mesi, in un passato nebbioso.
Ma quel giorno stava per tornare, e lei aveva fatto la spesa per preparare il migliore dei pranzi greci.
Ho sentito che lo diceva al bottegaio, mentre aspettavo il mio turno, in quel poco di greco che ho imparato a decifrare nelle tante estati qui.
L’ho guardata allontanarsi, mentre trasportava nelle buste il peso della speranza: la speranza di restituire ad Achillios un briciolo della sua infanzia.
E avere indietro, come ricompensa, un pizzico della sua vita adulta.

Testo e fotografia di Manlio Ranieri.
Scritto durante il laboratorio di scrittura in presenza di Colori Vivaci – Perfetti sconosciuti –

Dorotea e il figlio © 2026 by Manlio Ranieri is licensed under CC BY-NC-SA 4.0

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