Sono in macchina con tre amici, di ritorno da un’esperienza totalizzante, l’energia della vitalità ancora addosso. Sono di quelle giornate che non ti dimentichi facilmente, dico. Io non la dimenticherò mai, mi risponde uno di loro.

Nel frattempo riguardo sullo smartphone le foto che immortalano alcuni fotogrammi di quei momenti, mentre tutt’intorno l’oscurità ci avvolge; intanto scrollo distratto le pagine dei miei social.
Fra gli aggiornamenti di poco conto ne vedo uno che mi colpisce come un jab in pieno volto: gli U2 annunciano – totalmente a sorpresa – che hanno appena pubblicato un EP con sei tracce: le loro prime nuove canzoni dal 2017. Stavano lavorando a un nuovo album da due anni, e invece queste sono venute fuori di getto, spinte da quell’ostetrica che non ammette lungaggini né tentennamenti: il bisogno assoluto di dire qualcosa. “Days of ash”, s’intitola questo mini album, e mi ricorda che oggi è Mercoledì delle Ceneri. E io ho mangiato del capocollo: non sono più attento ai precetti legati alla religione, non me ne curo più, li ho svuotati della loro presunta importanza. Quand’ero bambino avevo una solida educazione cattolica, che adesso si è smarrita da qualche parte, nell’urgenza di vivere la vita e consacrarla alla bellezza del momento e della natura. Però oggi è Mercoledì delle Ceneri, e gli U2 hanno pubblicato sei canzoni che parlano di Stati Uniti, Minneapolis, Iran, Palestina, Ucraina.

Non c’è stata alcuna anticipazione, nessuna fuga di notizie, nessun rumor a proposito di queste canzoni. Neanche i siti più specializzati e attenti ne sapevano niente. Poi, in un attimo, eccole lì.
Eccoli lì: quattro uomini attempati, ricchi come pochi, che ancora sentono l’urgenza di scrivere di quello che succede nel mondo, e di rilasciare queste canzoni senza fare alcuna pubblicità, senza alcuna strategia di marketing.
Solo perché erano argomenti scottanti, di cui sentivano il bisogno di dire la loro.
Eccolo lì: uno dei loro album più politici – sebbene politici lo siano sempre stati – più forte e diretto.

E immediatamente capisco che avevo bisogno di quelle canzoni. Che avevo bisogno di sentire la loro voce, di vederli di nuovo schierati, di nuovo nelle trincee. Di nuovo con Larry alla batteria, finalmente guarito.
Dopo essermi salutato con i miei amici, nel tratto di strada che mi rimane lo ascolto due volte, in religioso silenzio.
La mia preghiera laica per questo mondo che va in pezzi. Il mio modo di essere religioso è sempre stato un po’ anarchico, scomposto, forse comodo. Ma di una cosa sono certo: loro, i quattro di Dublino, in qualche modo c’entrano anche con questo.

“Renèe Good è nata per morire libera
Madre americana di tre figli
Il sette di gennaio
un proiettile per ognuno dei suoi bambini”

“Quanto è abbastanza?
Puoi avvitare per aggiustare un po’ le cose
e il mondo si allineerà
una vita alla volta
una vita alla volta”

Entra nel canale WhatsApp di Colori Vivaci per essere aggiornato su tutte le nostre attività

Siamo su Facebook  e su Instagram

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*