Ci aveva investito tutti i risparmi in quei 70mq e in quei risparmi c’erano gli interessi di tutte le sue speranze. Speranze, che erano state in un primo momento sogni, tanto utopici da poter essere condivisi solo con l’unica persona che era in grado di accettarli. Speranze, che erano diventate pian piano progetti, concreti a tal punto da poter essere rivelati anche a tutti gli altri che gli erano vicino. I mesi, pieni di dolci incombenze, erano passati a ritmi serrati e avevano trasformato quell’immagine sfuocata che aveva agitato le sue notti in un quadro vivido in cui ogni dettaglio aveva il suo posto. Per arrivare a guardare ciò che aveva davanti per un anno intero aveva fatto riunioni con qualunque figura professionale immaginabile: banchieri, bancari, consulenti informatici, manager, falegnami, fabbri, idraulici, professori, amministratori di condominio, designer, ufficiali di polizia, e giovani disoccupati. Ad ogni incontro un uniforme diversa, per ottenere il risultato desiderato. Dimettersi mantenendo buoni rapporti, ottenere un prestito a tassi accettabili, convincere un designer di interni a considerare anche alcune delle tue idee, spiegare al fabbro e falegname l’anima che doveva esprimere il lavoro manuale che andavano a fare, dialogare con un letterato, definire eventi che potessero avere appeal anche per i più giovani, convicere i vicini che avrebbero tratto più giovamento che disturbo. Ogni incontro un tema aperto, ogni incontro concluso positivamente un tassello nitido di quel quadro che adesso guardava con emozione e paura.
La notte prima dell’evento di inaugurazione era tutto al suo posto, tranne l’insegna. In realtà era pronta, ma non era ancora stata installata. Era infatti stata verniciata e rifinita ma per adesso giaceva a terra. In particolare era poggiata tra le due poltrone a braccioli rossi proprio al centro della “sala delle discussioni”. Era particolarmente felice di aver battezzato in quel modo la stanza più importante del complesso perché era fermamente convinto che fosse importante combattere l’inflessione negativa che da tempo la società dava al verbo discutere. Lui invece era profondamente innamorato del discutere. Vedeva lo scontro verbale come occasione di contaminazione e crescita. Per questo era fermamente convinto che qualunque duello religioso, etico o civico si fosse consumato lealmente in quel posto avrebbe reso migliori coloro che si alzavano da quelle poltrone rosse rispetto a quando vi avevano preso posto. E questo gli dava grande gioia. Le poltrone dominavano tutto l’ambiente e spiccavano, oltre che per il colore acceso, anche perché erano l’unico vero elemento di arredo. Certo c’erano scaffali, sedie, anche una cassa, mensole e scrivanie ma tutto, tutto era fatto di libri. Libri accatastati uno sull’altro a formare labirinti di scaffali e corridoi, libri accatastati uno sull’altro a modellare sedute, libri accatastati uno sull’altro a garantire appoggi. Diceva a tutti di voler entrare nel guiness dei primati per il record di libri a metro quadro. Tutti ridevano pensando che scherzasse tranne la stessa solita e unica persona che lo prendeva sul serio. Particolare era stato anche il criterio individuato per ordinare i libri. Non per autore, non per genere, non in ordine alfabetico ma in base al colore. A tale scopo aveva colloquiato e assunto un pittore affinché ogni mese creasse un’opera d’arte nuova ridisponendo i libri in offerta e integrando le nuove uscite. Era questo il luogo dove aveva deciso di rinascere, stavolta più simile ai suoi sogni che ai suoi bisogni.
Decise di godersi quella notte di vigilia fino in fondo. Mise su uno dei suoi dischi preferiti e si accomodò in una delle poltrone. Si riempì anche un bicchiere con il suo whiskey preferito, e poi accadde. Accadde che Fabrizio entrò. Con passo incerto si inoltrò tra gli scaffali. Raggiunse la sala delle discussioni e con il viso all’ombra del solito ciuffo, occupò la poltrona libera proprio di fronte a lui. Caviglia destra su piede sinistro, e in mano una sigaretta accesa. Fabrizio lo guardò a lungo e con la sua calda voce gli disse : “Belìn, sono venuto molto lontano, cos’hai di così importante da dirmi?”. Lui era teso ma si fece forza e rispose: “Un anno fa ho deciso di lasciare il mio lavoro di ufficio e inseguire un sogno, aprire questa libreria”. E aggiunse indicando l’insegna posta a terra tra loro due. “Ho deciso di chiamarla SAPER LEGGERE IL LIBRO DEL MONDO CON PAROLE CANGIANTI E NESSUNA SCRITTURA perché la mia nuova vita, quella che ho sempre voluto è iniziata nel momento stesso in cui ho ascoltato per la prima volta questa frase.”
tratto da una visione premonitrice diventata realtà colorata in Ostinati e contrari corso di scrittura creativa e vivace
COMMENTI

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Utilizza, anche cookie di terze parti, al fine di rendere più rapido e migliore il suo utilizzo. Proseguendo la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o modificare le impostazioni del tuo browser relativamente ai cookie Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi