Iniziare bene ma non troppo forte con il rischio di bruciarmi è il pensiero dei primi metri. Mentre dopo circa cinquecento metri mi accorgo che ho spezzato il fiato e va bene così. E aspetto la fine del primo chilometro per il primo rilevamento cronometrico. È ok. Il ritmo è quello giusto e faccio la proiezione del tempo totale sugli otto chilometri, la lunghezza del mio allenamento. Il tempo di fare questo calcolo e sono già ai mille-ottocento metri. Penso che mi sento veramente bene, il secondo chilometro è praticamente terminato e neanche me ne sono accorto. Sono già ad un quarto del percorso. È fantastico. E tra appena cinquecento metri ho il giro di boa. Quello in cui giro lo chiamo, tra me e me, il chilometro corto perché invertire il senso di marcia lo rende decisamente più leggero. E’ un diversivo per la mente. Eh si, funziona così. Correre è fiato e sudore certo, ma soprattutto concentrazione e forza mentale. Il terzo dunque vola e con esso vola il tempo. Dico a me stesso di aggredire il quarto e andarmi a prendere il traguardo di metà gara. Guardo il crono ma questo chilometro è maledetto. È sempre un po’ peggio di quando avevo previsto. Inizio a sentire la fatica e improvvisamente essere già a metà diventa essere ancora a metà. I due chilometri successivi, ossia il quinto ed il sesto, sono davvero terribili. Ed ogni cento metri circa penso di fermarmi. E a volte ahimè cedo. Più spesso invece mi faccio forza ed inganno la mia mente. La porto lontano dalla corsa, dall’acido lattico e dal fiato corto. Penso ad impegni personali e di lavoro. Problemi irrisolti, obiettivi raggiunti e da raggiungere. Penso al mio amore che mi attende a casa.  Così facendo riesco a distrarmi per tutto il quinto chilometro e mezzo del sesto. Poi i dolori e la stanchezza sono più forti e riportano la mente sulla corsa. Ma a quel punto posso dirgli che sono troppo vicino a tre-quarti di allenamento per mollare. Può essere tardi anche per cedere. Guardo il crono e sono oramai prossimo alla soglia dei trentacinque minuti di attività fisica. La soglia dalla quale il corpo inizia a bruciare le vere risorse in eccesso. Non posso fermarmi adesso. E, per dirmelo in maniera convincente, ho partorito una formula a cui sono davvero tanto affezionato. Mi dico che mancano due chilometri, due passi, il penultimo con la testa e l’ultimo con il cuore. Nel settimo la testa sente il corpo e gli impone di rallentare se sono in affanno, di proseguire così se mi sento bene. L’importante è non strafare. So che due chilometri sono lunghi e che non riuscirei a distrarre la mia mente se avessi una crisi di stanchezza ora. Sarei perduto. E così arrivo al fatidico ultimo passo, quello del cuore. Oramai sono stanchissimo ma felice. So che arriverò in fondo. Aumento l’andatura metro dopo metro. Anche se mi sembra che più divento veloce e più lo spazio si dilata e il chilometro si allunga. Ma continuo con tutto quello che ho e passo dopo passo e mi sembra quasi di arrivare a volare. Aguzzo la vista, attendo con ansia di vedere qualcosa. Ed eccola la linea di arrivo. La calpesto e fermo il cronometro. Guardo il tempo. A volte può essere sufficiente, a volte buono, a volte ottimo ma non importa. Ho finito i miei chilometri e sono orgoglioso di me stesso. Passeggio col fiatone sul lungomare e mi accorgo dell’odore del sale che invade lo spazio lasciato libero dentro me dalle tossine disseminate lungo questi ottomila metri di corsa. Sotto questo cielo, davanti a questo mare, ascolto il battito del mio cuore da accelerato tornare normale.

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