Nei giri anarchici del primo pomeriggio, alla ricerca di un campo per la libertà del mio cane, sono stata trasportata in una campagna con un cancello rosso. Nell’incertezza e imbarazzo di varcare quel cancello e nel costante dubbio di fare la cosa giusta, mi sono fidata di chi mi ha portato e nonostante non si sappia mai cosa possa offrirti, ma trattandosi sempre di tutto il bello possibile, sono entrata.

Lillino Dimita il proprietario.

Che fosse un uomo straordinario l’ho capito dalle presentazioni, “Ecco lo storico di Santeramo”.

Un uomo bellissimo. Pantaloni carta da zucchero, maglietta bianca, guance rosse, sguardo limpido e pieno. Pieno di tutta la storia vissuta, studiata e approfondita.

“Capitalismo contro capitalismo”, l’eccessiva velocità dei nostri tempi, il richiamo al pensiero meridiano e a una lentezza che non ci farebbe essere in crisi, la necessità di offrire a tutti la possibilità di partecipare, ma soprattutto scegliere e ancora libri.

Forse vedendomi smarrita in tutta quella storia che non riesco a memorizzare e al tempo stesso illuminata dal richiamo della carta stampata, ha deciso di mostrarmi la sua biblioteca. Uno spazio abitativo a parte, adiacente alla sua casa, con un ingresso dedicato. Tre vani ed un soppalco prima di arrivarci, dieci metri quadrati di arte, cultura, storia e geopolitica. Dieci metri quadri di libri che tolgono spazio e libertà di movimento. Migliaia di volumi e documenti, sapientemente archiviati, in un ordine fisico e mnemonico encomiabile.

Passando da Tabucchi, accarezzando Vargas Llosa e Saramago, partendo da quello che io considero il padre di tutti i giornalisti italiani Asor Rosa, si è arrivati a Don Chisciotte, il rivoluzionario per eccellenza, il libro che non rischierà mai di rimanere solo. Con una sapienza, una passione nascosta per il sapere, una gentilezza ed una dedizione rarissime.

Ogni libro e ogni autore erano arricchiti dagli articoli di giornali, ritagliati e conservati durante gli anni, piccoli esercizi di cura quotidiana della memoria e della conoscenza.

Sopra di noi, su tutto, due quadri: “La scuola di Atene” e “Il quarto Stato”. Ed è lì che si è fermato il tempo, azzerandosi. Un divario temporale di sei secoli, compresso e reso attuale nella bellezza delle sue parole. Nel suo sguardo rivolto ora all’uno, ora all’altro,  nel richiamo dei dettagli di ciascuno, nella luce incerta del tardo pomeriggio si è promosso l’amore verso il sapere come condizione per ogni possibile apprendimento.

Eravamo tutti fermi davanti e sotto i due quadri, ricondotti nel presente da Lillino, come rappresentazioni idealistiche della natura e di noi stessi, come perfezionamento fisico e morale della nostra specie, come necessità di conoscere il Vero, il Bello e il Bene in nome della scienza e della filosofia, perorando davanti al Signore la causa comune del miglioramento assoluto e completo dei popoli.

Un uomo ricco di chàrisma, volutamente richiamato nel suo significato originario di dono di Dio, ma soprattutto di grazia. Ben diverso dal carisma di cui tanto si abusa oggi, caratteristica di ogni leader logorroico, dai contenuti ridotti a slogan o dileggi ad alta voce. Un uomo che renderebbe attualissimo il concetto gramsciano di coscienza di classe, ma sovvertendolo, andando a sanare la frattura tra i potenti e i semplici, provando a ricondurre i potenti ad una concezione superiore della vita.

Al mio desiderio iperbolico, subito espresso, di vederlo, magari un giorno, assessore alla cultura del mio paese è seguita la sua  risposta risoluta: “Io sono un contadino!”

Risposta che gli è valsa l’eternità.

Tutto ciò che ne deriva, in termini di pensieri e considerazioni, sullo stato attuale delle cose, vale la nostra miseria.

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