Quarta di copertina

«Ho rimorchiato una tipa» le disse, era per la coca, non si vantava di solito. Ma Rossana lo sapeva e lo capiva, era quello il bello. Con certe persone sai di non essere mai sbagliato.

L’amore ai tempi della droga è un modo per toccarsi senza essere realmente vicini. Amore chimico è la storia di giovani in cerca di risposte e identità, in precario equilibrio sul filo della vita.

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Davide Venticinque

AMORE CHIMICO

Agli amici che non hanno fatto in tempo.

“Non esistono libri morali o immorali.

I libri sono scritti bene o scritti male.

Questo è tutto.”

Oscar Wilde

INCONTRO

Matteo aveva occhi scuri, profondi come un pozzo, capelli folti e un sorriso stampato di traverso sopra il viso. Voleva arrivare lontano, conoscere tante persone, girare il mondo. Il suo “vecchio” aveva vissuto – anche bene – senza mai muoversi dalla Sicilia: erano altri tempi. Matteo appena aveva potuto si era trasferito a Bologna, per studiare e affacciarsi come poteva sul resto d’Europa; il mondo gli sembrava così piccolo a volte.

Lana, invece, studiava architettura e lavorava in un pub. Aveva capelli castani, spessi e capricciosi, la pelle chiara e un sorriso largo, su denti bianchi perfetti. Viveva in una casa con annesso un capanno, tutto bianco, come il nulla. Era qui che costruiva i suoi plastici: quartieri interi riprodotti in scala o ancora case e stanze e spazi urbani. Il suo ragazzo, Marco, era un falegname: le dava una mano enorme e lei lo adorava anche per quello.

Matteo e Lana si erano conosciuti il ventiquattro novembre di un anno freddo, in cui le sere sembravano di cristallo. Lui cercava una nuova casa, aveva fatto il giro di tutta la provincia, prima di passare nella Bassa, coi suoi spazi ampi in cui l’occhio può andare, quando non c’è la nebbia a velare di mistero ogni cosa. Si era fermato in un bar, per spargere la voce tra i vecchietti del posto, bere con loro e risultare simpatico, affidabile. Aveva bevuto, offerto due grappe e lasciato il suo numero. Poi era uscito e sulla porta era incappato in Marco e Lana che entravano. Prima lui poi lei. I loro sguardi si erano incrociati per un istante. Quanto è lungo un istante?… Lei era più bassa di lui, le sopracciglia piegate leggermente all’ingiù verso il naso, sui suoi occhi chiari, le davano un’espressione altera. Le labbra carnose… Poi il suo odore e niente più, nell’aria della sera.

Rientravano a casa dopo un pomeriggio a Bologna, Lana odiava fare spese ma ogni tanto era costretta, per fortuna avevano un’auto grande e dal grosso baule, facevano il carico per un mese. Guidava sempre Marco e a Lana non dispiaceva: poteva guardare fuori, vedere il paesaggio, le case…

«Prendiamo un birrino prima di rientrare» aveva detto lui rallentando.

Il bar Del Gresso era lì sulla destra, coi suoi soliti personaggi dentro. Ci andavano un paio di volte a settimana a bere, quando non avevano voglia di affrontare la città ma volevano mettere il naso fuori. Per lo più era frequentato dai vecchietti della zona. Partigiani ancora vivi ne erano rimasti pochi ma ancora quelle terre erano rosse come il sangue versato allora, o forse un po’ annacquato, come il rosso della casa Del Gresso. Scesero dalla macchina e chiusero gli sportelli coi loro tonfi, Marco aprì la porta del bar ed entrò. Poi lei lo vide.

Era moro, con un giaccone grigio, i sopraccigli e i capelli folti. Occhi neri come a celare qualcosa. Le spalle larghe, più alto di Marco e quando lui si scansò per lasciarla passare, lei sentì l’odore che veniva dal suo giaccone aperto, sulla camicia che aveva sul petto. Fu un attimo ed era passato. Col Gresso che già li salutava e faceva gli onori di casa.

«Ma cum ve la ragaz? Le da un po’ ca nun vad!1»  (1Ma come va ragazzi? È da un po’ che non vi vedo!)
«Ma va là Gress cà sa gniò air leter2»(2 Ma va Gresso che siamo venuti ieri l’altro.) disse Lana sorridendo.
«E che al Gress al sé buò la memoria1» (1È che il Gresso si è bevuta la memoria!) tirò su uno dei vecchietti lì seduto.
«Dass doue beirr Gress2» ( 2 Dacci due birre Gresso) fece Marco mettendosi a sedere.
«Da quand tè i client furastir al se pers cal tip cla andava fora?3» ( 3 Da quando hai clienti forestieri si era perso il tipo che usciva?)
«Era Matteo, un tipo apposto.» intervenne Palmiro.
«Ma sta zettte Palmiro csa vùt savair? Al pair che tal cniossa da una vetta? Ma a te it stan simpatic qui che it offran da bovvàr!4»  (4 Ma stai zitto tu Palmiro che ne sai tu? Sembra che lo conosci da una vita. Eh ma ti stanno simpatici quelli che ti offrono da bere vero?)
«Soccia!… Perché a te no Gress?5» ( 5 Soccia!… Perché a te no Gresso?) poggiando il bicchiere vuoto sul tavolo il Palmiro.
«A me incion al ma mai ufert da bovvàr vèc, semmai a si vu eter che am rumpit che a stantan avlì ancora che l’offràn al Gess.6» (6 A me non offre nessuno da bere vecchio, se mai mi rompete voi, che a settant’anni volete ancora che offra il Gresso.)
«Ma sent quast» gli fa il Palmiro schioccando le labbra sotto i baffi bianchi. «Ma al ven a derum dal vèc a me cal fciat.7» ( 7 Ma senti questo. Viene a dare del vecchio a me questo vecchiaccio.)

«Cercava casa il giovanotto» fa il Gresso a Marco e Lana. «Sembrava uno a posto, sembrava. È quasi dottore in economia a ventitre anni». Poi alzando la voce: «Mica come ‘sti vec qui che c’ han’ la terza elementare!».

«Sta zètt Gress, che a te in tan mandè neanch all’asil.8» (8 Ma stai zitto Gresso, che non ti hanno mandato neanche all’asilo.) Gli fa il Coltelli, è un altro dei soliti del Gresso, ha una gamba di legno, la passione per gli scacchi e il rosso emiliano.

«Noi stavamo pensando di affittare la legnaia,» fa Marco, poi guarda Lana «digli che meraviglia che ho fatto, tesoro, al Gresso. Digli».

«Veramente la meraviglia l’ho fatta io che l’ho progettata. Tu ti sei limitato a fare la manovalanza.»

«Sentito che bisogna ascoltare Gresso?» dice Marco scuotendo il capo.

«Lascia ster che al donn ian sampar rasion9» fa il Gresso. (9 Lascia stare che le donne hanno sempre ragione.)

«Ma dim un po’ Lana, quant’è chet tù la laurea?10» ( 10 Ma dimmi un po’ Lana, quando è che la prendi la laurea?)

«A febbraio Gresso per quello che può servire.»

«Ma sa dit!? Che tè te stofa! Ooh av voi tot que a festegièr.11» ( 11 Ma che dici!? Tu hai stoffa! Oh vi voglio a festeggiare qui.)

«Gresso mica ci serve la laurea per festeggiare» fa Marco. Poi guarda Lana: «Che ne dici tesoro?».

«Di cosa?»

«Se affittiamo davvero la legnaia.»

«Mah» fa Lana scuotendo le spalle. «Magari ci volevi spostare il tuo laboratorio…»

«Macché, io sto bene in casa e poi lo spazio c’è, ormai ho tutte le mie cose organizzate. Se la affittiamo puoi lasciare il lavoro al pub che ti toglie tempo.»

«Sono solo due sere a settimana.»

«Sì, ma su e giù con la macchina, finché non arrivi sto sempre con l’ansia.»

«Quello perché sei ansioso di natura.»

«Spiritosa. Magari ci dà cinquecento euro al mese che alla fine è quasi quanto prendi te.»

«Se!… Cinquecento… mica sei a Bologna.»

«Sì, ma sono cento metri quadrati, a Bologna cento metri costano più di mille euro al mese.»

«Boh?!» dice Lana, poi beve un sorso di birra, tenendo il boccale a due mani. «Non so.»

«Dì un po’ Gresso, ti ha lasciato il numero il tipo?» chiede Marco.

«Si chiama Matteo» fa il Palmiro.

«Stai zitto te Palmiro» gli risponde il Gresso.

«Toh qui.» E passa a Marco un biglietto da visita. Il biglietto è bianco. Solo il suo nome: Matteo Orlandi. Sotto il numero di telefono.

Marco lo dà a Lana e propone: «Ci pensiamo su e magari lo invitiamo a cena per conoscerlo e vedere quanto vuole spendere».

«Vediamo» fa Lana.

Matteo guida, sulla strada semideserta. Vuole arrivare a Bologna per tempo, fare una doccia e chiamare Silvia per andare al cinema. Gli piace troppo come si muove.

È sexy. Lo è la sua voce, lo è il suo naso, le spalle sottili e le sue gambe lunghe. Non ci esce da tre giorni e non l’ha neanche chiamata. Lei si starà chiedendo perché. Non ne aveva voglia, tutto lì, ma certo non andrà a dirlo. Dirà che era impegnato, tra l’ultimo esame, la tesi e la ricerca della nuova casa. Se lei gli chiede come mai non si è fatto sentire, dirà che il telefono lo mette a disagio e forse è anche vero. O forse è la scusa che si dà perché non vuole legami troppo stretti. Ha troppe cose da fare. Le storie lunghe perdono ciò che è del primo incontro. Dei primi giorni quando conosci qualcuna. Come l’entrare in una casa nuova, visitare una nuova città. La curiosità. Era forse quello il suo più grande motore, faceva tutto per ciò che aveva davanti. Niente gli piaceva di più del pensare che da un momento all’altro ti puoi trovare in un posto nuovo, con gente che non conosci, con cui magari allacci conoscenze che se sei fortunato diventeranno amicizie.

Tutte le volte che gli succedeva provava come un sottile calore sulla pelle, anche se forse proveniva da qualche parte nascosta nel suo cervello grigio. Bisognava pianificare e lavorar sodo per i propri obiettivi. Questo pensava. E per il resto vivere alla giornata, godere di ciò che ci è dato. Sì, una doccia, il cinema, due chiacchiere allusive e stuzzicanti con Silvia, che conosceva da una settimana… Poi magari un po’ di sesso. Gli era venuta voglia di scopare.

Lana e Marco tornano a casa e fanno l’amore. Non hanno il tempo per sistemare la spesa, lasciano cadere i sacchetti in giro per l’ingresso e si avvinghiano fino in cucina, col tavolo al centro e in muratura come lei lo ha voluto. Lui la stende lì, lei mugola mentre lui le tira su la gonna. Stanno assieme da sei anni ma ancora lui sa, se vuole, come farla morire. Le bacia e le lecca le gambe. Lei sente il respiro caldo sul suo corpo e brividi, come bollicine di cola, le salgono su per la pelle. Gode, con gli occhi spalancati, guardando la lampada appesa al soffitto, con la luce che piano si allarga e invade i suoi occhi verdi, quasi fosse il sole che non brucia.

Il film era divertente, Matteo ha sempre pensato che le donne vanno fatte ridere. Sono più tristi loro in linea di massima. Forse perché più riflessive, più piegate sulla loro esistenza. Cominciare una serata ridendo non è mai una cosa cattiva. Aveva un vestito nero Silvia, lungo ed elegante. Aveva i soldi lei e le si vedevano addosso: capi firmati, scarpe di lusso, la borsetta con gli Swarovski. Era il suo modo di essere fatta. Elegante se pur a sproposito. Matteo tollerava, e poi il vestito aveva due spacchi lunghi, come un respiro che ti riempie d’aria fino alla gola.

Erano usciti abbracciati e barcollando ancora, ricordando e ridendo per le scene più buffe. Jim Carrey piaceva a entrambi. Così avevano rotto il ghiaccio, che poteva esserci per i tre giorni di vuoto. Come appena conosciuti, ma stretti l’uno all’altra come chi già si conosce.

«Perché non andiamo da me? Ho una bottiglia di vino buono. Avevo immaginato di bere qualcosa fuori ma non mi va di stare in giro. Che dici?» chiese lui.

«A me va bene» rispose lei guardandolo negli occhi, per un attimo, «e poi comincia a far freddo vero?» osservò, quasi a volersi giustificare.

«Com’è che diceva la tipa a Jim Carrey? Hai il cuore freddo…»

«Come il ghiacciolo che hai tra le gambe» continuò Silvia ridendo.

I loro passi risuonavano sulla strada e le risate battevano sui muri delle case. Era fresco e loro si stringevano. Il Brunello avrebbe fatto il resto, pensava Matteo, mentre un’erezione tentava di farsi largo nelle sue braghe. Le cose vanno sempre più o meno allo stesso modo. Ci si conosce troppo poco la prima volta che si va a letto, l’approccio, il corteggiamento, non può che essere standard. Non devi fare gaffe, dire cose sbagliate al momento sbagliato o anche cose giuste ma al momento inopportuno. Non devi ridere quando lei non ride. Non devi parlare di cose che spaccano i coglioni e soprattutto non devi parlare di morti. Se non becchi una necrofila, ed è raro, ti scordi le lenzuola lisce e la pelle nuova, l’odore dei capelli, il suo fiato sulle labbra, il suo imbarazzo e le sue grida strappate al primo pudore… e poi ti perdi la tua corsa, quella che fai per far vedere che sei il più bravo. Che sei sicuro. Che sai aspettare. Che sai non chiedere e farlo lo stesso.

Ne aveva trovate di tutti i tipi Matteo. Pazze scatenate, soprattutto le meno belle, sarà per naturale bilanciamento. Altre immobili, come un albero abbattuto e privato dei rami. Se non sei un necrofilo, ed è raro, sono le meno divertenti.

Una volta era stato a letto con una conosciuta la sera stessa, si erano solo presentati, poi lei si era seduta voltandogli le spalle. Per terra, con la schiena poggiata sulla poltrona dove Matteo era seduto. Si chiamava Pamela, ricordava il nome di tutte. Aveva lunghi e lisci capelli biondi, fin sotto il culo. Era alta da non finire più. Con la pancia scoperta sui pantaloni a vita bassa, e una maglietta corta e colorata, un piercing all’ombelico.

Tiravano coca, era stata una serata di festa. Ne capitavano talvolta a Matteo, conosceva le persone giuste. Guardavano un film ma per lo più tiravano, passandosi un piatto riscaldato su una candela, appoggiata su un tavolo basso e pesante.

Erano andati avanti per ore, una notte intera.

A un certo punto Matteo aveva cominciato a carezzarle i capelli, con la punta delle dita, leggero come una fata, ed erano come di seta. Era stato naturale, nessun imbarazzo, la coca può fare queste cose (ma anche altro). Pian piano Matteo si era fatto più esplicito, aveva cominciato ad accarezzarle la testa, in basso vicino al collo. Lei come una micia ci era stata. Si allontanava solo per tirar su dal piatto con il naso. Poi ritornava e lui tornava a carezzarla. A un certo punto lui le si era avvicinato all’orecchio: «Andiamo a casa mia, sto qui vicino».

«Aspetta» aveva risposto lei.

Andarono avanti per un poco poi lui ancora.

«Andiamo da me.» Senza chiedere, senza punto di domanda, ma dolce come miele appena raccolto.

Lei si era voltata, guardandolo coi suoi occhi castano scuro e sorridendo: «Ti ho detto di aspettare un po’».

Matteo capì che ci sarebbe stata. Il suo pene diventò ancora più duro, era duro da ore.

Quando si alzarono lo fecero tutti assieme, come spesso accade. Presero l’ascensore in sette, era bello grande ma loro erano troppi, e poi c’era Sandrino che da solo pesava un quintale e mezzo.

L’ascensore era sceso comunque dal sesto piano, solo che non si era fermato al piano terra. Era andato oltre: mezzo metro. Le porte si erano aperte, almeno quello. Dopo aver fatto il gradino che li separava dall’ingresso, si erano trovati davanti la vicina di pianerottolo di Arturo, il padrone di casa che li aveva ospitati.

«Buongiorno» si erano limitati a dire guardandola coi suoi sacchi della spesa, due per braccio, nella luce delle otto del mattino. «Me la dovrò fare a piedi» aveva detto la donna, come cercando aiuto.

Fosse stata un’altra mattina avrebbero capito, ma la mattina era quella e soprattutto la notte era stata ciò che era stato. Non pensarono a nulla, non si fermarono, nessun imbarazzo, solo la strada che li attendeva quasi tutti.

Matteo e Pamela di strada ne fecero poca, lui stava a un isolato da Arturo, passando per un parco alberato da querce centenarie. La notte si potevano vedere le lucciole a segnare il cammino lungo il sentiero. Abitava al primo piano, poche scale, la porta aperta di corsa mano nella mano. Erano entrati e subito in camera sua, illuminata dal sole tiepido, con la finestra aperta.

«Dimmi che hai una canna» aveva detto lei lasciandosi sedere sul letto fresco di lenzuola.

«Aspetta» era uscito dalla stanza, non aveva da fumare ma forse aveva la soluzione. Il pensiero del fallimento non lo toccava. Divideva l’appartamento con una coppia e fumavano entrambi. Andò verso la porta della loro stanza chiusa e proprio in quel momento ne uscì Rossana, appena sveglia.

«Dimmi che hai una canna» disse Matteo.

Lei sorrise guardandolo negli occhi e sgamandolo al volo: «Seratina niente male, eh? Entra che te la prendo».

«Sei un angelo» disse Matteo e lo pensava veramente. Era bella, non banale, con la pelle scura e un corpo sottile e lungo, mai di cattivo umore, le voleva bene. «Ho rimorchiato una tipa» le disse, era per la coca, non si vantava di solito. Ma Rossana lo sapeva e lo capiva, era quello il bello. Con certe persone sai di non essere mai sbagliato.

«Divertiti» disse lei sorridendo mentre gli passava un pezzo di fumo. Lui la baciò sulla guancia.

Tutto era andato da solo, semplicemente, non puoi pensare di andare in bianco o ci andrai e questo è quanto. Con Silvia quella sera non c’era la coca, ma il resto non fu tanto diverso.

Continua…

(parte 2) http://www.colorivivacimagazine.com/2015/12/amore-chimico-parte-2/

(parte 3) http://www.colorivivacimagazine.com/2015/12/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-3/

(parte 4) http://www.colorivivacimagazine.com/2015/12/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-4-2/

(parte 5)  http://www.colorivivacimagazine.com/2016/01/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-5-e-link-a-precedenti/

(parte 6) http://www.colorivivacimagazine.com/2016/01/httpwww-colorivivacimagazine-com201601amore-chimico-k-a-precedenti/

(parte 7) http://www.colorivivacimagazine.com/2016/01/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-7-e-link-a-precedenti/

(parte 8) http://www.colorivivacimagazine.com/2016/01/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-8-e-link-a-precedenti/

(parte 9) http://www.colorivivacimagazine.com/2016/02/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-9-e-link-a-precedenti/

(parte 10) http://www.colorivivacimagazine.com/2016/02/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-10-e-link-a-precedenti/

(parte 11) http://www.colorivivacimagazine.com/2016/02/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-11-e-link-a-precedenti/

(parte 12 finale) http://www.colorivivacimagazine.com/?s=amore+chimico

 

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