Qual è il ruolo della sofferenza nella vita? Siamo in grado di dare una risposta all’annosa quaestio dell’esistenza del male nel mondo e la presenza di un Dio distante che di certo non aiuta a darci delle risposte sensate ad una domanda che anima la riflessione di ogni credente, di ogni ateo, di ogni agnostico: perché Dio permette il male? Perché un essere infinitamente buono permette a volte l’infinitamente diabolico? Alcuni cercano di evadere il quesito arrendendosi al fatto che non c’è nessun essere metafisico che ci ha creato, così perfetti eppure così fallibili e capaci del male “la vita fa schifo” questo dice C.S. Lewis agli altri suoi compagni accademici ad Oxford, ma lo dice soltanto alla fine dopo aver sperimentato il male, quello irrimediabile del cancro della sua amata Joy Gresham, sua ammiratrice e poetessa, inizialmente americana curiosa di conoscere il genio autore di libri così filantropici e fantastici poi sua moglie. Viaggio in Inghilterra è un film del 1993, contemporaneo di un’altra bella pellicola uscita nello stesso anno e di cui ho già parlato due volte fa (cfr. Quel che resta del giorno di Giovanni Sacchitelli) , come the remains of the day ne condivide la fotografia eccellente, tipicamente anni novanta, primi anni novanta, con una punta essenziale di romanticismo delle forme che prende le sue radici nei gloriosi ottanta’s; Viaggio in Inghilterra, vede come protagonista ancora una volta il magistrale e inalterabile Anthony Hopkins, per certi versi simile al Mr Stevens, ma adesso più aperto all’amore e alla vita concreta di quest ultimo. C. S. Lewis oltre ad essere uno scrittore di fantascienza e di opere filantropiche di stampo cattolico, è anche insegnante in una Oxford densa di atmosfera, che ancora una volta mi riporta al discorso della sostituzione della vita reale a quella artificiale che già avevo fatto nel precedente Quel che resta del giorno. Joy Gresham, americana diversa dall’anima inglese, fa breccia nel mondo perfetto del professore e scrittore , con il pretesto di un incontro, dopo aver assaporato fino all’ultima goccia il sapore magico (a suo dire) delle opere di Lewis, si fa notare tra coloro che gli scrivono la corrispondenza come un interlocutore diverso dagli altri, che pone domande inusuali, quasi come se già avesse scandagliato l’animo dell’artista; l’incontro avviene, in un caffè, Joy Gresham chiede ad alta voce di Lewis, questi si dichiara alzando la mano ed invitandola a sedere, segue un contaddittorio, nel quale Lewis dice di essere pronto a “battersi” ma Joy dice di non voler partecipare a degli incontri in cui “lui non ha mai perso”. C. S. Lewis ha creato intorno a sé un’esistenza perfetta, fatta di posti antichi, il college creato cinquecento anni prima, la sua dimora più moderna, per dire ovviamente, risalente al millesettecento; tra queste stanze perfette, vive la vita dell’accademico rispettato e che ha sempre l’ultima parola su tutto, autore di lezioni con tanto di citazioni aristoteliche su trama e personaggio, adagiando la propria anima nei volumi saggi delle migliori biblioteche di Oxford. Lewis sembra non conoscere l’amore, magari ha ne ha un concetto dentro di sé, ma non definito benissimo, come un cherubino che uno scultore sa di poter concludere ma non lo fa, convinto che sia inutile o che in fondo non lo sappia completare. Per lui amare equivale ad estendere, involontariamente e convinto che sia giusto così, una parte di sé all’altra parte dell’anima che ha davanti a  sé; gli amici, anche se lui come dichiara a Joy dice “quali amici?!?”, sono soltanto uno strumento di affermazione del proprio ego, perfetto. Le conferenze nelle quali difende un Dio che poi ripudierà dalla propria coscienza di uomo vero, sono modo per estendere il proprio Io e confermarlo, in un perfetto meccanismo narcisistico. Nella prima metà del fim abbiamo un Lewis fermamente cattolico, convinto che il dolore esista e che Dio voglia, in fondo, che noi soffriamo, e ignaro che esista una forma di amore, oltre al suo concetto di amicizia docente-allievo o docente-docente, in cui esiste uno scambio e in cui si è, finalmente, vulnerabili. Come in Quel che resta del giorno abbiamo un carattere abbastanza inalterabile, ancorato all’auto-controllo, metà inglese e metà tipicamente accademico. Non è forse l’accademia con il suo mondo concettuale alto a creare una distanza dal basso (mi rifaccio alla distizione di Bachtin), e quindi ha crare una sua idea di relazioni, di emozioni mai espresse e bloccate, di un animo che si esprime esclusivamente nei lineamenti perfetti della cultura universitaria, poco umana, proprio per la sua inespressività; un docente, amico di lewis, dice “ma perché dobbiamo parlare di benevolenza, io sento solo malevolenza nei confronti dei miei simili”. Questo atteggiamento, unito ad esempio al divieto caustico di portare esemplari femminili oltre le otto di sera e prima delle dieci del mattino, crea un ambiente anti nucleare, che vive di sé stesso e si glorifica imitando la vita e in fondo, invidiadola. Lewis, e il suo amico accademico, provano dentro di se un senso di vuoto, che ci fa capire quanto poco la felicità abbia indorato le loro fronti, così dotte quanto impotenti. Oxford è dunque per Lewis, il luogo dell’accademia, della sua superiorità e dell’assenza di amore autentico, in cui si arriva anche a piangere. Tuttavia, esiste, in questo mondo, anche la possibilità di essere felici, non di certo per sempre, ma in questo intermezzo, tra le nostre shadowlands, come si intitola una fiaba del Lewis scrittore, nelle nostre zone d’ombra, quando ignoriamo il futuro, siamo felici. Non si tratta di una felicità assoluta quella espressa dal film, ma soltanto di un momento di pausa, in cui si accetta la sofferenza di questa vita, come farà il Lewis uomo, e si gode dell’attimo, ma rinuciando finalmente ad un Dio artefice della nostra vita, come della nostra fine. Joy, irrompe nell’esistenza dell’accademico Lewis, porta la sua freschezza tra la gravità di quei tomi tipici di chi cerca conferme alle proprie idee non tanto nella vita quanto nella sua reificazione; Joy, è già stata sposata, con un traditore convinto, violento e alcolizzato, poi lo lascerà, chiedendo il divorzio e mettendosi in pianta stabile a Londra di modo da poter più da vicino studiare l’enigmatico Lewis. E’ già questo indubbiamente un sintomo di qualcosa che va al di là della pura amicizia, un’amicizia che per primo Lewis fa di tutto per evitare che si trasformi in qualcosa di più. Viaggio in Inghilterra è la storia di un amore che nasce e si sviluppa in punta di piedi, di nascosto, senza darè segno di sé, c’è, e poi quando nessuno se lo aspetta, muore fisicamente, con la morte per cancro di Joy. Joy e Lewis fanno delle cose insieme, il figlio di Joy, Douglas, è un appassionato ammiratore delle opere di Lewis, appena arrivato a casa dello scrittore cerca il famoso guardaroba, incipit di un suo libro per ragazzi. Lewis, prima di conoscere la reale felicità, seppur passeggera, cerca alternative al senso di realtà, inventa un mondo di fantasia per armarsi contro il proprio vuoto interiore e contro una sofferenza quasi inevitabile, mandata o meno dal Deus, non lo sa ancora. Si lamenta coi suo colleghi che il natale manchi di magia, per questo non viene vissuto con tutta la gioia che merita; tutti atteggiamenti questi che rimandano al millenario tentativo degli umani di vincere il senso di realtà con un salto nel vuoto dell’immaginazione, tentando di continuare il mondo dei giochi del bambino. L’adulto, quello comune, obbedisce al senso di realtà e scansa le volontà del principio di piacere, individuo non comune, lo scrittore, cerca un nuovo nome da dare alle cose. Così è ancora bambino seppure tra le stoffe di un adulto grande e vaccinato. Tornando alla storia d’amore del film, tutto sembra andar bene tra le due anime affini fino a che una caduta, che provoca la rottura del femore di Joy, annuncia una rottura in quello stato di felicità che si era creato. Non c’è niente da meravigliarsi, è normale nella shadowland , che l’inaspettato faccia la sua entrata nella nostra vita, tanto più in quella fantastica di uno scrittore, sia essa in un romanzo o nella realtà. Tutti i colori della vita dell’intellettuale, tutti i respiri carichi di prosa e poesia, il mattino che risponde in maniera lieta all’entusiasmo, terminano all’improvviso. Ma il vero amore, quando finalmente si scende dal piediastallo della cultura accademica e si conosce il sentimento a due, quello comunicato, allora ci invita a persistere, perché non si vuol vedere soffrire la persona che si ama, perché è giusto stare accanto a chi per dovere del cuore, dobbiamo accudire. Lewis sta accanto a Joy, e quando dopo esami medici vengono a sapere che ci sono altri mesi di vita, Joy viene portata a casa, alla loro casa, ad Oxford, perché ora sono marito e moglie, davanti a Dio. Ed è proprio durante quest ultimo lasso di tempo che decidono insieme di ubriacarsi di quelle colline verdeggianti così tipiche inglesi e che mi ricordano, seppur in una tonalità molto inferiore, le brughiere di quella meravigliosa inghilterra descritta dal cuore delle sorelle Brontë. Vanno proprio in quel luogo raffigurato in un disegno nella camera di lewis, un quadretto che era nella sua casa da bambino, egli era convinto fosse l’eden. L’ultima scena di gioia, seppur pallida, del film. L’agonia, poi la morte di Joy, il pianto sincero di Lewis, il suo rifiuto di credere ancora in un essere superiore, la consapevolezza, che la vera gioia sta quando, non ci siamo soltanto noi stessi a specchiarci negli altri, ma quando gli altri, citando Kant, non sono un mezzo, ma un fine.

 Giovanni Sacchitelli

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