Non poteva che essere un mercoledì. Di notte.  A volte la vita è così ironica. E geniale. Tutto quadra perfettamente. Il giovedì è il giorno del suicidio altrui: il vuoto della caduta lo conosco dagli occhi, quello della corda è una ricostruzione mentale. Il mercoledì invece era quel mio personalissimo uccidermi.  Prima che lo facessero gli altri, se le settimane fossero simultanee e non esistesse altro per misurare il tempo. Non i mesi né gli anni. Ci sono parole che sono metafore, altre invece così reali da fuggire ogni retorica. La cicogna dietro la scuola media era reale, come il cranio fracassato sul cemento. Quella morte. Le morti. Le larve gialle sugli animali investiti, il carso lunare dell’infanzia, il sangue in gola. Tutto questo per arrivare al porto della calma. Nessuna paura di detumescenza. Nessuna paura. E tutto questo virtuale non mi sconvolge. Che cos’è di fronte alle nascite, alle morti e alle malattie? Quelle vere. Che hanno un odore così forte e indimenticabile. D’ ammoniaca e muffa e carbone. La carne in putrefazione, quella freschissima lacerata sull’asfalto, la cadaverina delle bocche ansanti, l’acido formico dopo la strage. Questo è nell’amigdala, come i fiori e il collo delle donne e la candeggina. Quelle giuggiole verdi che associo alla benzina. E c’è un motivo: qualcuno teneva quelle che io chiamavo “vavvoline” nello scatolo tondo delle caramelle. Era un’officina, ma non ricordo cos’erano le vavvoline, forse piccole parti meccaniche di un motore. O piccole parti elettriche. Io non lo so. Come non so tante cose. C’è una specie di nebbia sulle cose a volte…come per l’incidente e il post sbornia e il versamento pleurico. La stessa identica lattescenza opaca. Forse solo conoscendo quel disfacimento del corpo e del tempo, si può amare tutto ciò che lo precede. La vita che pulsa continuamente sfiorendo. L’energia pura dei sistemi tra entropia ed entalchia. Si fa un inchino, un sorriso e si decide di vedere l’alba. E questa vita con la sindrome di Tourette spesso scatta improvvisa, come le tagliole per le volpi, in quel bosco abbarbicato sul dirupo dei ricordi. Più ti dimeni più la trappola stringe. L’urlo stridulo delle volpi non è poi così diverso dal nostro, quando ci togliamo la cravatta piangendo le perdite. Con serena e distante constatazione qualcuno si ferma sul sentiero e tira le somme. Sono otto anni che procede spedito, errore più errore meno. Se vivi un miracolo ricordati che non è mai gratis. Ad un certo punto c’è da pagare. Forse avrai le tasche vuote. Forse il debito verrà estinto ma non cambierà molto. Anche i miracoli esauriscono la magia, eppure questo rientra nel pacchetto dell’esistenza. Non te ne accorgi ma firmi una serie di clausole per avere diritto di cittadinanza nel mondo. Vincere o perdere non è così importante. Ci sono i punti di vista. L’intelligenza complica invece di sciogliere i nodi. Arriva un certo punto che hai abbastanza bitcoin per comprare un’armatura, poi per potenziarla e acquisire nuove armi. Gioca pure il tuo gioco. Ma ci sono livelli che non si superano al primo tentativo. L’ingegnere del mondo è nato per dirti che alla fine tutto avrà senso, ma non puoi sapere, in itinere, se è un bugiardo che ti ha preso in giro. Forse tutti ci siamo trovati a morire simbolicamente più e più volte. Pochi invece hanno visto cosa c’è oltre quel simbolo. Forse fa la differenza, forse no. Prenditi il tuo momento di contrizione. Attraversalo da parte a parte. Poi amerai tutto il resto. E lì saprai contenerti, contenere. Il maramao della vita e quello della morte. “Domani…e domani…e domani”

Delia Cardinale

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