Per circa una settimana mio padre si svegliava prima dell’alba, in pieno inverno, e si preparava per andare in campagna: era la raccolta delle olive.
Ne ho un ricordo piuttosto distinto: lo sentivo dal mio letto, avvolto in una rassicurante coltre di coperte, nel tepore dell’impianto di riscaldamento di cui ancora persisteva qualche traccia nei tubi dalla sera prima. Lo sentivo andar via di casa nel buio gelido della notte di dicembre e sprofondavo sotto la cuccia fatta di plaid e lenzuola, immaginando che il cuscino che stringevo più forte fosse la ragazza che non avevo; così mi riaddormentavo, ma non prima che lui fosse uscito di casa, come se una parte di me mi volesse suggerire qualcosa. Fuori imperversava la bufera; sì, magari non era sempre così, ma a volte è successo, c’era un vento furioso ed erano le cinque del mattino, e l’ultima cosa che poteva desiderare un ragazzino di città era uscire dal letto, vestirsi e andare a lasciarsi frustare dal freddo in mezzo alle campagne.
Eppure oggi sento di essermi perso qualcosa. Sento che il nostro comfort asettico, più o meno uguale in ogni parte del mondo, mi ha privato di qualche pizzico d’identità, perché il mondo rurale che si raduna attorno a un evento importante nell’arco dell’anno, come raccogliere i frutti da cui produrre l’olio – oro e orgoglio della regione – è l’anima della Puglia in cui sono nato e a cui mi sento indissolubilmente legato.
Oggi che mio padre non c’è più, io so che quei momenti in cui ci si scaldava attorno al fuoco, mentre il chiarore dell’alba stendeva la sua luce gelida sulla terra imperlata di rugiada, sarebbero stati preziosi, mi avrebbero insegnato che, forse, la vita può essere fisicamente faticosa, ma anche molto più semplice e lineare di come spesso la ingarbugliamo noi.
Lo so perchè le sue terre adesso sono diventate mie, e mi sono svegliato in un’alba gelida, mi sono messo in macchina, ho preso atto del termometro che segnava 3 gradi e sono andato a prestare le mie braccia a tirar giù olive dagli alberi, a sentire la patina untuosa sulle mani mentre le staccavo dai rami, riversavo il contenuto delle reti nei secchi che poi svuotavo nel carrello da traino, e lo vedevo riempirsi ora dopo ora. Mentre ascoltavo – fra un albero e l’altro – le storie del suo cugino speciale, quello a cui aveva lasciato custodire il loro segreto fatto di terra e radici.
La terra ci insegna tante cose: c’insegna a liberarci di gran parte delle sovrastrutture che la società ci costruisce addosso, ci riporta a una dimensione corporale, in cui i malanni dell’animo hanno meno spazio perché è alle braccia e alla schiena che bisogna dedicare più attenzione.
Poi sono tornato a casa e ho ripreso in mano i miei libri di poesie, la mia scrittura, la mia musica, i miei romanzi, che ci ricordano che non siamo solo corpo.
Bisognerebbe non trascurare nessuno dei due, perché l’anima non sa essere leggera senza che il corpo si faccia carico della parte fisica che siamo, e il corpo senza l’anima sarebbe un animale selvatico.
Ma lo stress, l’ansia, quelli non fanno parte di noi: fanno parte della società che ci ha imposto un modello di vita che si è progressivamente allontanato dall’uno e dall’altra e si è concentrato sul mercato, nel quale siamo gettati come bestie nel foro boario.
Bisognerebbe riappropriarsi del corpo e della mente.

Testo e fotografia di Manlio Ranieri

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