Nessun allarmismo o nessun segno d’approvazione alla lettura di questo titolo. “Putenza mia bella quant’ si brutta” cantava Pietro Basentini, studioso di musica popolare della sua città, Potenza appunto, capoluogo della provincia omonima della Basilicata.

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Dalle parole di questa canzone traspariva il rapporto “odi et amo” che l’artista aveva con il suo paese. Ma come lui, molti cittandini penseranno allo stesso modo o molti turisti come me percepiranno le stesse sensazioni. Siam partiti dalla prima provincia di questa regione per analizzare brevemente la situazione del suo territorio, non ci sarà un’analisi approfondita. Ma poche righe e pochi posti basteranno per comprendere questo “Paradise Lost” (Paradiso Perduto).

La Basilicata è conosciuta anche come Lucania, è l’unica regione italiana che ha due nomi. La ragione è semplice.  Anticamente era chiamata col secondo nome, di derivazione latina, da “lucus” che significa bosco per cui,  terra dei boschi, o dal nome di  un’antica popolazione , i Liky, provenienti dall’ Anatolia o ancora, da un popolo guerriero che seguiva la luce del sole, i “Lue”. A proposito di quest’ultima ipotesi, ne avanza una che vede sinonimi dello stesso aggettivo, «bianco», «lucente». Tra le varie derivazioni filologiche abbiamo infatti,«leucos», originariamente parola greca che aveva conservato nella sua accezione latina lo stesso significato: «bianco», «lucente». Ma anche nell’antica lingua sanscrita la parola «luc» ha significato di «luce» e «luminosità», e lo stesso significato lo si ritrova nella parola semita di «luachan». Senz’altro bianchi e lucenti erano gli ampi squarci delle radure e i picchi dei calanchi, composti da terre calcaree ed argillose, che si aprivano tra le fitte macchie di foreste che coprivano l’intera regione.

Il nome Basilicata, invece, è dovuto probabilmente, al nome di un amministratore bizantino, Basilikòs,  ed il primo documento ad attestarlo risale 1175.

La Lucania o Basilicata è inscrivibile in una cornice composta da chiaro- scuro, una regione immersa nelle folte chiome ombrose dei possenti alberi, segnata da squarci di luce e distese d’acqua, creando così una suggestiva “cartolina” romantica.

Ne è un esempio una delle spiagge più rinomate e colorate del posto, situata sulla costa di Maratea: la spiaggia Illicini,  un piccolo angolo di paradiso roccioso contornato da scogli, da cui si scorge l’isola della Matrella e Santo Janni, situato nel bosco omonimo; Illicini è infatti un parco di oltre due ettari.  La costa frastagliata si protende nel mare di fronte a questi isolotti, racchiudendo piccole insenature e grotte, raggiungibili anche a nuoto e godendo dello scenario gratuitamente.  Questa terrazza sul mare, con vista sul Golfo di Policastro, è costituita da due spiaggie, Illicini (il cui nome di derivazione latina significa piccoli lecci, ovvero la maggior degli alberi che comprendono la Foresteria del posto, di cui si può godere il fresco) e Calavecchia , “una piscina naturale” dalla quale è possibile raggiungere le grotte. Per poter “toccare” il mare invece, ci sono una dozzina di gradini  che giungono direttamente tra i neri scogli marateoti, l’acqua, al contrario è cristallina a tal punto da poter mirare fin dalla riva le bellezze del fondale marino. Anche qui, tra questo connubio tra mare e terra, si può notare il contrasto chiaro-scuro che caratterizza il posto. Ci sono comunque gli ombrelloni colorati ed i fiori circostanti a dare un tocco di vivacità all’ambiente. Questo resort, ideato come meta turistica, è uno di quei posti classificabile per me come “Paradise lost”. Ideato come meta turistica, è ancora poca la gente che lo frequenta. Buon per chi come me è alla ricerca di posti da favola ma poco gettonati, ma è un peccato avere degli schemi anche per le mete da visitare.

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               Illicini

Un altro “Paradise lost” non nel significato attribuito finora a quest’espressione, ma più vicina al significato religioso dell’opera di John Milton, è la Statua del Redentore , eretta sulla vetta del monte San Biagio, raggiungendo i ventidue metri di altezza. La sua realizzazione è stata voluta dal conte Stefano Rivetti che, negli Anni Sessanta, contribuì allo sviluppo industriale e turistico della città e rappresenta non solo un forte simbolo di fede ma è diventato, nel corso degli anni, una delle attrazioni più visitate.  Un’affermazione che mi ha colpita quand’ero dinanzi al Cristo è stata: ” l’avrebbero potuto costruire in maniera più verosimile a Gesù”. Queste parole non sono del tutto sbagliate, infatti, rispetto alla tradizionale iconografia di  Gesù, questa statua si presenta con capello corto, il volto giovane e la barba appena accennata, in una posizione che sembra avanzare lentamente con la braccia aperte verso la Basilica di San Biagio, in un gesto accogliente e protettivo verso l’intera comunità. Questa descrizione richiama ad una certa modernità. Quest’anno ha compiuto il suo cinquantaduesimo anniversario dalla sua realizzazione, avvenuta per mano dell’ingegnere Bruno Innocenzi (Firenze 1906-1986). Tuttavia, emblema religioso e seconda come dimensioni  al Cristo del Corcovado di Rio de Janeiro, resta di fatto la notorietà di Maratea per le sue quarantaquattro chiese.  Molte delle quali si possono mirare nel centro storico di Maratea vecchia.

CRISTO REDENTORE

CHIESA S. BIAGIO

Anche il piccolo borgo di Maratea conserva all’interno i colori della Lucania,  sguardo sul mar Tirreno, e tratti alberati. Maratea è conosciuta infatti come la “perla del Tirreno”, in virtù del fatto che è l’unica ad affacciarsi solo su un mare; come sappiamo, la Basilicata è nota invece per avere due nomi ma ha anche due mari che bagnano le sue coste: a sudovest si affaccia sul Tirreno, mentre a sudest  guarda al mar Ionio. Nel centro si possono trovare botteghe che offrono oggetti o cibi tradizionali. Sull’ etimologia del toponimo di Maratea  ci sono varie tesi, la più accreditata risale allo stesso Racioppi che ha confermato il  nome di “basilikòs”, e poi confermata dal grande glottologo tedesco Gerhard Rohlfs: Marath-ia, “la finocchiaia” ( da Marathus, “finocchio”), cioè “Terra di finocchi”, data la notevole diffusione del finocchio selvatico sull’intero territorio. Testimone di questa risorsa sono le varie “boutique del cibo” che offrono ricette tradizionali, io personalmente ho assaporato una focaccia con pomodorini freschi e un pesto di finocchietto. Una vera prelibatezza.

L’attuale stemma di Maratea, che sostituì quello antico recante l’immagine di una sirena sdraiata sul lido, è in campo azzurro e raffigura tre torri emergenti dalle acque con un’aquila bicipite sulla mediana. L’aquila, simbolo regale, sta ad indicare il particolare status di “Città regia”. Quando la pace di Caltabellotta (1302) pose termine alla contesa assegnando la Sicilia agli Aragonesi, gli abitanti di Maratea, che a questa data comprendeva contemporaneamente gli abitanti del Borgo e del Castello, malgrado le precedenti vessazioni, preferirono rimanere fedeli alla corona di Francia piuttosto che passare dalla parte degli Aragonesi, come avevano fatto altre comunità locali  per non subire la violenza dei soldati del mare aragonesi, scagliati contro i paesi della costa da Ruggiero di Lauria. La fedeltà dei maratei ai francesi fu compensata con l’assegnazione di importanti privilegi, primo fra tutti lo stato di “Città libera”, che, non sottoponendo più gli abitanti ai precedenti gravami fiscali e contributivi, li poneva alle dirette dipendenze della corona e li preservava dal rischio dell’infeudamento. “Maratea sempre più libera, sempre bella” è ciò che leggiamo intorno alla fontana sita dinanzi al municipio, nel centro storico di Maratea. Figura emblematica è la sirena sdraiata sugli scogli che simboleggia “il passato sorretto dal nuovo”.

Ciò che di più pittoresco mi è apparso nel piccolo paesiello è il modo in cui sono intersecate le strade, i negozietti, tanti piccoli vicoli che sbucano dinanzi alla piazzetta.

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Secondo quanto detto finora, questa recensione del posto non concorda con ciò che ho affermato nel titolo, anzi, sembra andare incontro ad un paese bucolico e idilliaco, per non dire pura utopia. Per me, che son abituata a vedere sempre il lato positivo d’ogni cosa, questo paese è meraviglioso. Molti turisti lamentano la scarsa cura del posto e, non si può dar torto. Ma pensando in senso positivo, penso che se su questo “paradiso” fosse giunta più volte la mano dell’uomo, non si sarebbe preservato il suo naturale paesaggio. Cosa manca “al regno di Lucania” ? Semplicemente la consapevolezza d’aver nelle mani un luogo dalle mille risorse.

Quasi un anno fa, esattamente il 18 agosto, uscì un articolo dal fuorviante titolo “Confini della Basilicata, proposta shock dalla Puglia: depositata in Cassazione la richiesta di accorpare Taranto”. Dalle parole dell’avvocato intervistato, traspare una certa sofferenza politica. Sostenendo che l’antica Taras, Taranto, come chiamata da lui, non è abbastanza presa in considerazione dalla politica pugliese, suggerisce di creare una coagulazione territoriale. Taranto sarebbe dovuta diventare terza provincia lucana formando un rettilineo ” ionico – lucano – tirrenico “. Tale pensiero finisce con l’esclamazione: ” altro che Rimini!”. L’unione fa la forza, ma ai paesi interessati in questo caso, non mancano di certo dei buoni presupposti per crescere.  Seppur con punti d’incontro in comune come la pesca, ogni paese ha le sue tradizioni, il suo “modo d’esser arretrato”.

La Basilicata è aperta alla modernità, ma conserva ancora vecchie tradizioni come portare il corredo della fanciulla su un carretto prima del giorno delle nozze a casa del futuro marito. Io una scena simile a Taranto la vedrei su una barca.

Tuttavia il nome di questa regione appare tra le righe del noto scrittore, giovane intellettuale Carlo Levi, con il romanzo autobiografico “Cristo si è fermato ad Eboli”, con questo titolo ha voluto sottolineare la scoperta di un nuova civiltà, lontana dal mondo moderno fiorentino.  Le stesse parole, sono un rifacimento di un proverbio di Aliano, paesino in cui era stato confinato per motivi politici.

In un ambiente meno malinconico, è sceneggiato il film del 2010, “Basilicata coast to coast”, diretto da Rocco Papaleo. Questa commedia musicale si estende dalla costiera tirrenica a quella ionica. Basilicata coast to coast rappresenta il tentativo di risvegliare l’orgoglio e l’attenzione per una regione spesso dimenticata anche dai suoi cittadini. Narra bellezza e contraddizioni del posto, ingredienti che si son rivelati ai cinque protagonisti di vitale importanza per dar vita non ad una vittoria musicale ma, ad una ricetta rara e preziosa: ” Comprendere il senso della vita e delle piccole cose”.   In questo film si assiste  al debutto di Max Gazzè come attore, interprete del brano musicale “Mentre dormi”, presente nella colonna sonora del film.

IMG_20170806_161445_061        ” Ciottoli del lido Illicini, contrasto chiaro-scuro”

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Foto scattata sul monte dov’ è situata la Statua del Redentore, mentre quella sottostante, accanto alla Chiesa di S. Biagio.

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“Vola tra coriandoli di cielo e manciate di spuma di mare, adesso vola.. le piume di stelle sopra il monte più alto del mondo a guardare i tuoi sogni arrivare leggeri”  (Mentre dormi, Max Gazzè)  .

 

 

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