Introduzione

“La folla è il velo attraverso il quale la città ben nota appare al flâneur come fantasmagoria. In questa fantasmagoria essa è ora paesaggio, ora stanza”(1)

Questa è la citazione di Walter Benjamin(2)a cui Patrizia Calefato(3) attinge per introdurre il suo ultimo libro “Paesaggi di moda“. Come si può notare già dall’aforisma e dal titolo del libro, abbiamo come oggetto principale d’analisi “il paesaggio”, in questo caso, lo scenario è la nascente “società di massa” di fine Ottocento. Un esempio lampante è l’intraprendente borghesia cittadina francese che in quegli anni veniva “investita” dal processo di civilizzazione e, di conseguenza, anche dal mutamento degli stili di vita dovuti alla nascita di nuove creazioni economiche e tecniche.

L'arrivo del treno alla stazione della Ciotat

L’immagine su riportata è tratta dal noto documentario proiettato a Parigi nel 1895, dai fratelli Auguste e Philippe Lumière: “L’arrivèe d’un train en gare à La Ciotat”. Son stati sufficienti quarantacinque secondi di proiezione per creare il primo film della storia, ma soprattutto è da questa pellicola che si comprende come venisse esaltata la tecnologia(già allora). Il documentario mostra l’arrivo di una locomotiva ripresa dalla banchina di una popolosa stazione; pare che le immagini sembrassero vere a tal punto che gli spettatori, credendo di essere davvero di fronte ad una locomotiva che stesse per investirli, fuggirono dalla sala. Questo aneddoto sottolinea il cambiamento a cui ha dovuto far fronte un pubblico “impreparato”, si assiste infatti, con la nascita del cinema, ad una nuova percezione visiva: “immagini in movimento”, diverse dalla staticità delle fotografie, ma medesime per la capacità di “riproduzione seriale“. Il soggetto di questo “paesaggio urbano” è il flâneur, emblema della nuova società moderna. Agli occhi di Benjamin, Baudelaire è il “poeta sociale” che accende i riflettori su questa figura, il flâneur appunto, presentandolo come uno spettatore appassionato il cui elemento vitale è la folla, la moltitudine, e che paradossalmente si sente a casa propria soltanto quando varca l’uscio di casa e si addentra nel cuore della città. Lo stesso poeta francese sembra essere un esemplare di questa categoria. Si muove oziosamente in una dimensione urbana di cui Benjamin intende rivelare tutte le aporie. La società moderna non è l’esemplificazione dell’ordine e del progresso scientifico, ma è anche attraversata dalle contraddizioni del capitalismo. È in questo “modello di paesaggio urbano” offerto da Benjamin che ha avuto origine la moda come pratica sociale, linguaggio del corpo, narrazione del tempo, veicolo di comunicazione(4). In questo contesto sociologico e culturale la moda prende forma in seguito ad alcuni eventi storici come l’emancipazione femminile, le guerre, le rivolte giovanili. Questo “paesaggio tipo” perdura fino alla fine del  Ventesimo e agli inizi del Ventunesimo secolo, fino alla nascita della globalizzazione, la quale ha omesso il divario tra centro e periferia, creando un’unica “cultura convergente”: la piattaforma del WEB. I mezzi di comunicazione diventano luoghi di vita sociale. I paesaggi d’altro canto assumono la consistenza di flussi, per dirla con l’antropologo e sociologo Arjun Appadurai(5),  flussi culturali globali, incarnati da segni, immagini e corpi. La moda è una delle forme che più si rappresenta in questa fluidità culturale globale, infatti, i suoi paesaggi sono rivestiti di corpi, di immagini, di miti, di oggetti e segni. Sono elementi questi che riconducono alla riproduzione seriale e all’informazione digitale, ma sono anche oggetto di riflessione e di indagine della prof.ssa  Calefato.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    

                            PROSPETTIVE DI MODA    

Nelle righe sopra ho cercato di delineare un breve excursus per comprendere meglio le tematiche che andremo ad analizzare. In relazione agli ultimi argomenti trattati :

“ Il mondo in cui oggi viviamo è caratterizzato da un ruolo nuovo assegnato nella vita sociale all’ immaginazione”.

È così che Appadurai, nel suo libro intitolato Modernità in polvere, definisce il mondo contemporaneo, avendo come riferimento un’idea d’immagine vecchia, in senso di riproduzione meccanica. È importante ciò che individua nell’economia globale, ossia, attribuisce la sua complessità a cinque dimensioni dei flussi culturali globali che possono essere definite: etnorami, mediorami, tecnorami, finanziorami, ideorami. Il suffisso-orami riconduce alla forma fluida e in movimento del paesaggio in cui viviamo, forma che caratterizza “i mondi molteplici”, o meglio, “i mondi immaginati(6), costituiti dalle immaginazioni storicamente localizzate di persone e gruppi diffusi sul pianeta. Tale forma inoltre è ciò che caratterizza gli stili internazionali di vestiario. Tornando infatti al suffisso –orami , il suo corrispettivo inglese è –scape, con il quale si forma la parola“ land-scape”: paesaggio. Nel settore della moda avremo invece la dimensione dei “fashionscapes”, più consone rispetto al neologismo italiano dei “modorami”. Con questo termine ci si riferisce agli immaginari del corpo rivestito che, come al paesaggio, consiste in una forma fluida, ibrida, in continuo movimento specchio del nostro tempo. Ma è proprio per queste sue caratteristiche che possiamo affermare che la moda ha subito un cambiamento sul piano sociologico e, lo si può notare riflettendo su ciò che dice George Simmel(7) nel suo celebre saggio dedicato alla moda (La Moda,1895):    

«Le mode sono sempre mode di classe, quelle della classe più elevata si distinguono da quella della classe inferiore e vengono abbandonate nel momento in cui quest’ultima comincia a farle proprie. […] Analogamente la moda significa da un lato coesione di quanti si trovano allo stesso livello sociale, unità di una cerchia sociale da essa caratterizzata, dall’altro chiusura di questo gruppo nei confronti dei gradi sociali inferiori e loro caratterizzazione mediante la non appartenenza ad esso »

Attraverso questa riflessione il sociologo conia quel che sarà chiamato effetto “trickle-down”, letteralmente significa effetto a goccia, il quale designa la diffusione di comportamenti, di mode e abitudini delle classi agiate che contagiano le classi meno agiate, assumendo così un’ andamento che va dall’alto verso il basso. Il tratto distintivo delle upper classes consisteva, appunto, nel distinguersi dalle lower-classes . Secondo l’interpretazione di Simmel nella prima fase della società di massa si attuano due criteri fondamentali: imitazione e distinzione.

«Se le forme sociali, i vestiti, i giudizi estetici, tutto lo stile in cui l’uomo si esprime, si trasformano continuamente attraverso la moda, allora la moda, cioè la nuova moda, appartiene soltanto alle classi sociali superiori» (G.Simmel)

Charles Frederick Worth                      Eugenia Montijo

L’uomo qui in foto è Charles Frederick Worth, uno stilista inglese considerato tradizionalmente il fondatore della Haute couture francese, dominò incontrastato soprattutto nella seconda metà del XIX secolo. Introdusse concetti completamente innovativi e trasformò la figura del sarto da artigiano locale che copiava dalle riviste di moda gli abiti femminili, a creatore d’abiti e di linee. Detentore di gusto ed eleganza di metà Ottocento il nuovo coutier si occupò di vestire l’alta borghesia. Nella seconda immagine infatti vediamo una delle sue creazioni indossate da Eugenia di Montijo, moglie di Napoleone III, alla quale Worth “ disegnò” l’intero corredo nuziale. Tra le sue creazioni ricordiamo gli abiti con la crinolina, il primo abito princess, il “pouf o tournure” e soprattutto a lui è dovuta l’idea della suddivisione della moda in stagioni.

                                   “ La moda ha un rapporto particolare con il tempo”(8)

Il ritmo frenetico della vita sociale moderna concorda perfettamente con le caratteristiche febbrili della moda, da individuare nei concetti di “diffusione ampia e caducità”, a loro volta, collegabili a : moda e lusso. La parola lusso deriva dal latino “luxuria-ae” che indica l’esuberanza, l’eccesso( es: un giardino lussureggiante); mentre, un’altra parola latina “luxus” è un aggettivo che deriva dal verbo “luxare” e dal greco “λύω”, il cui significato è “ sciogliere”. È da questa radice che si ha oggi il termine “lussazione”, quell’ interruzione che si ha a volte nelle articolazioni. Ma qual è il nesso tra lusso/lussazione, moda e tempo? Il lusso, seppur simbolicamente, interrompe il decorso seriale del vivere , “lussano la consuetudine” ,direbbe l’autrice del libro. Moda e tempo sono al contempo simili ed opposti, in quanto, entrambi tendono ad essere “illimitati”, ma mentre l’una seguendo le leggi che la regolano cambia costantemente, l’altro, seppur contrastato dalle idee di spreco e distruzione, conserva la sua tendenza all’eterno. Il lusso è visto come necessità sin dalle origini del capitalismo, influenzando pertanto, la fascia economica, sociale e culturale. Tra gli autori classici il primo ad aver evidenziato il rapporto tra “ moda ed economia” è stato Werner Sombart (9), che nelle sue opere “ Il capitalismo” e più ancora “ Il lusso ed il capitalismo”, fornisce un contributo interessante all’analisi della natura dei bisogni. La moda come forma particolare di consumo rientra in quest’analisi.(10)In relazione a quest’ultimo concetto, possiamo inserire quello di “consumo vistoso” introdotto dal sociologo ed economista statunitense Thorstein Veblen nella sua Teoria della classe agiata, con il quale è possibile creare un filo conduttore con alcuni concetti già analizzati, come ad esempio l’effetto “trickle down” o la moda intesa come fashionscapes in continuo cambiamento. Per quanto concerne il legame con il primo, ritorniamo quindi alle “upper-classes” : “ la ricchezza è essa stessa onorevole, e conferisce onore a chi la possiede”(11).  In questo modo,  chi viveva in condizioni disagiate, viveva in uno stato di sconforto, non riuscendo a conformarsi al target di vita imposto in quel periodo dall’alta borghesia. La nozione di lusso rivela un dualismo di fondo su cui riflettere: ricchezza e spreco vanno spesso in coppia come il loro estremo contrario miseria e morte. Da un lato, il lusso evoca qualcosa che si consegna all’eternità, qualcosa che sfida il pensiero stesso della morte, poiché è ciò che resta e sopravvive nel tempo. Dall’altro, il lusso si presenta attraverso immagini che invece richiamano l’idea dello “spreco insensato”, del   “pregio che non ha prezzo” 12. Il lusso nell’epoca attuale ha un valore diverso di benessere, non esprime più la classe sociale, l’essere benestanti ma lo ”star bene”. È così che si capovolge il meccanismo di diffusione della moda, muovendosi dal basso verso l’alto, per effetto  ”bubble-up” (e non più trickle down). Questo movimento si diffuse a partire dagli anni Sessanta del Novecento. Dick Hebdige (1979) nel suo saggio Subculture “ The Meaning of Style” ,  dedicato alle sottoculture inglesi e, soprattutto al punk, afferma che lo stile rappresenta la forma più totale di adesione estetica ed etica a culture in processo prima ancora delle mode. Saranno gli stili infatti ad influenzare le mode dalla fine degli anni Settanta, compresi quelli anti istituzionali identificati dagli street styles come rocker e punk, tutto ciò sintetizzabile nello slogan “DALLA STRADA ALLA PASSERELLA”.

  BUBBLE UP : PUNK, VERSACE 1994      Bubble up: VERSACE PUNK, 1994

PUNK UK ANNI '70    Punk, fine anni ’70 (UK)

 

“Le strade sono le abitazioni del collettivo” (Walter Benjamin, Parigi capitale del XIX secolo)

Con questa citazione torniamo alla figura del “flâneur”, quale passeggiatore perdigiorno e attento osservatore dei passanti, del paesaggio a lui circostante e soprattutto da quello che oggi definiremmo stile corporeo;13. esiste, quindi,  una connessione tra moda e città e, la strada diventa il “luogo” dove avviene questa sperimentazione.

À une passante

La rue assourdissante autour de moi hurlait.

Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,

Une femme passa, d’une main fastueuse

Soulevant, balançant le feston et l’ourlet ;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.

Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,

Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,

La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit ! – Fugitive beauté

Dont le regard m’a fait soudainement renaître,

Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !

Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,

O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !

Ecco un esempio ad hoc di scrittura in cui si percepisce l’atmosfera delle capitali del Diciannovesimo secolo. Questo è un sonetto di C. Baudelaire (tratto da “Les fleurs du mal”), ambientato in una strada di Parigi, dove a differenza di una folla cieca,  una donna vestita di nero e con sguardo fuggitivo, si fa notare dal poeta. Il colore dell’abito denota la singolarità del soggetto, ed è questa sua personale identità che ha attirato l’attenzione del poeta. I passages di Parigi, analizzati da Walter Benjamin, sottolineano questa concezione della strada come sede di passaggi, come luoghi in cui prendono forma “ identità mobili” , che accompagna l’idea di città moderna correlata all’aspetto esteriore.

“E indossò vestì veste ambrosia, che Atena/le lavorò e ripulì, vi mise molti ornamenti;/con fibbie d’oro se l’affibbio sopra il petto/. Cinse poi la cintura, bella di cento frange,/ nei lobi ben bucati infilò gli orecchine/ a tre perle, grossi come una mora; molta grazia ne splende./ D’un velo coperse il capo la dea luminosa,/ nuovo e bello; ed era candido come un sole./ Sotto i morbidi piedi legò i sandali belli”.  

Questo celebre passo ripreso dall’Iliade descrive il rito di vestizione di Era, la quale si prepara a sedurre Zeus allo scopo di distoglierlo dal proteggere i Troiani in battaglia. Questi versi esprimono anche la funzione che l’abbigliamento ed i suoi segni assumono all’interno del “collettivo”: comunicare fascino ed erotismo, identificare dei ruoli sociali e sessuali. Ancor oggi, come nell’antica Grecia, l’abbigliamento mostra l’immagine che si vuol dare di sé. Il “corpo rivestito” è un insieme di segni che comprendono l’abito, l’acconciatura, il maquillage, il tatuaggio…,insomma, tutto ciò che rende il corpo un elemento culturale e non più solo naturale.14. A questo proposito possiamo fare riferimento a l’abito nero della “passante” di Baudelaire prima citata. L’abito nero di questa donna è associato al lutto, nel costume rituale di alcune società ha una funzione rituale. Nella moda i significati sociali dei colori sono vari e spesso immotivati : nero era anche l’abbigliamento dei punk, o di nero si vestì Baudelaire quando dovette presentarsi in tribunale in seguito all’abiura di alcune poesie dei “Fiori del male”, in più rasò i capelli(si racconta che Baudelaire vestisse sempre di nero perché si sentiva “in lutto con il mondo”). Tattavia, l’abito non sempre fa il monaco!, ce lo dimostra l’esperimento sociale di Carlberg15. o semplicemente delle immagini di alcuni soggetti. Come dice la psicologa-pscicoterapeuta Smjliana Grujic “ è difficile esprimere un giudizio solo osservando un’immagine” . Spesso ci fermiamo alle apparenze attribuendo a ciò che vediamo un’analisi magari non veritiera. In una foto l’autore di drammi politici, Bertolt Brecht, sembrerebbe secondo alcuni contrabbandiere o immigrante.

bertolt brecht     BERTOLT BRECHT

Bisognerebbe invce adottare una strategia valutativa inversa, considerando l’espressione dell’individuo come distacco dal collettivo. Emblema di de-categorizzazione è la CAMICIA BIANCA, esempio di differenziazione e personalizzazione, se non che di unicità.

“La camicia bianca può essere leggera e fluttuante, impeccabile e austera, sontuosa e avvolgente, stretta e attillata. Si solleva a incorniciare il volto. Forgia il corpo trasformandolo in una seconda pelle. Imbevuta di glamour e poesia, libertà ed impeto. La pudica camicia bianca rivela innumerevoli e varigate identità” G. F. Ferrè   

                                          IMG-20170623-WA0003     ”Sari, Gianfranco Ferrè” 

Delle ventisette camicie bianche selezionate per la mostra dedicata a Gianfranco Ferrè, ideata dalla Fondazione Museo del Tessuto e dalla Fondazione Gianfranco Ferrè tenutasi a Prato16., ho puntato l’attenzione sulla macro-immagine del modello “sari”. 17. Il nome della creazione rimanda già al profumo di gelsomino sambac, incenso, coriandolo e i colori zafferano, indaco e porpora. La camicia conserva infatti lo stile del costume tradizionale indiano, ma cambia nella costruzione modellistica. Il capo ci appare familiare ma è costruito per rivestire un corpo al di fuori dei confini in cui è in uso. Oriente ed Occidente si incontrano dando alla moda un linguaggio universale e culturale. Benchè la simbologia sociale propria del costume è sempre esistita,18 la moda giunge a piena maturità tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, ovvero, quando la moda diventa consapevole delle sue regole culturali. I fashionscapes non si configurano più secondo il modello classico di Simmel, imitazione e distinzione, ma la moda si espande diventando “ mass-moda” ; non è più riservata ai ceti più ricchi ma ha una più ampia dimensione urbana come acquirente. La società di massa attinge ad elementi quali gusto, sessualità, etnicità, appartenenza o meno ad un gruppo; quindi, “la modernità europea” è sorta alimentandosi da altre zone del mondo, importando non solo beni e materie prime ma anche “il carattere esotico” che ritroviamo nella prima star maschile della storia del cinema19.: Rodolfo Valentino. Grazie “al corpo” e “all’abito di scena” lui divenne un divo. Un esempio femminile di orientalismo e divismo nel cinema è l’attrice americana Theda Bara, il cui nome d’arte è costruito col suo anagramma “arab death”. Valentino inoltre, fu il cosiddetto “dandy mediterraneo”, dotato di bellezza bruna tipica del mediterraneo, ricoprì anche il ruolo di “queer”20., avendo un corpo capace di mostrare una sessualità ambivalente.

il giovane raja  “Rodolfo Valentino, Il giovane raja-1922″ 

Anche la moda in questo periodo diventa portavoce della “cultura orientalista”, a sostituire la figura di Worth, fu un altro stilista parigino: Paul Poiret, creatore di opere amate dalle dive degli anni Venti. Rivoluzionò l’abbigliamento femminile, declinando un nuovo concetto di lusso ma soprattutto offrì una nuova visione della moda, intesa come modernità. Di grande rilievo fu “La milleduesima notte”21. , una festa arabeggiante tenutasi dal coutier il 24 giugno a Parigi : tra tendaggi, animali esotici e fuochi artificiali, passavano gli invitati vestiti come sultani e odalische; Poiret stesso era addobbato come un pascià, mentre la moglie indossava calzoni alla turca e una specie di tunichetta a paralume con un turbante che culminava in un lunga aigrette.

Poiret VOGUE

La vignetta su riportata, oltre a rendere visibile lo stile di Poiret, fa riferimento ad un altro mezzo di comunicazione: la rivista di moda, in questo caso, al periodico Vogue.

«È lecito oggi, definire la moda come sistema mediatico, come mezzo di comunicazione di massa che si riproduce e si diffonde secondo modalità mass-mediatiche» (Calefato, Mass Moda: Linguaggio e Immaginario del corpo rivestito)

 Le origini del giornalismo di moda risalirebbero al periodico francese “Mercure Galant”, contenente articoli dedicati non più solo alla letteratura o filosofia ma, appunto, anche alla moda. Essendo reputata materia di basso livello culturale non ebbe un facile debutto. Prima d’allora la moda era divulgata attraverso figurini maschili o femminili e, prima ancora da manichini di legno ,le poupèe de mode (utilizzati dalle famiglie più abbienti). A dare valore rafforzativo a questo tipo di pubblicistica fu la fotografia: le masse entrano in contatto con qualcosa di distante (es: la cartolina)23.  Le immagini s’innescano in un processo di maggiore fruibilità per tutti. Nel caso specifico della moda, l’mmagine esiste in relazione alla sua trasposizione in parola: l’abito muta in linguaggio24. Lo scenario in cui si collocano questi nuovi cambiamenti è sempre quello urbano e linguistico del Diciannovesimo/Ventesimo secolo. La fotografia emerse, infatti,  ritraendo strade, botteghe o le donne del demi-monde ,nei loro abiti più sfarzosi. A porre uno sguardo attento sulla città del tempo, abbiamo già visto, c’era il “flaneur”. Benjamin sosteneva, infatti, che alla base sociale della flanerie c’era il giornalista: attento osservatore del gusto, della vita quotidiana e, tutt’ora testimone della società collettiva. Inventore della scrittura di moda italiana è considerato Gabriele Dannunzio, rammentiamo ad esempio Il Piacere, contenente particolari descrizioni. Fu il primo ad intendere la moda alla maniera di Roland Barthes25.: genere letterario e discorsuale,  ma il segno fondamentale l’ha lasciato dando alla luce  la brand-identity da lui coniata come La Rinascente, nel 1917. Nel corso del Novecento le riviste di moda entrarono a far parte definitivamente della pubblicistica di moda. Il dato interessante è che le principali riviste di quell’epoca lo sono ancora oggi: Harper’s Bazaar, Vogue, Cosmopolitan, L’Officiel, Marie Claire, Elle, Grazia, Burda (oggi si aggiungono Allure, Lucky, Glamour). Caratteristica delle riviste odierne è il fatto di essersi specializzate come riviste di cultura ed attualità. Descriverò in breve le prime due e scopriremo subito la ragione. Harper’s Bazaar venne fondata nel 1867 negli Stati Uniti, presentandosi come rivista dell’ “eleganza vittoriana”. Nel 1892 sempre negli USA nacque Vogue, ideata da Arthur Baldwin Turner e, successivamente nel 1909 comprata dall’editore Condè Nast, a quest’ultimo il merito della sua divulgazione in Europa. Queste due celebri riviste hanno visto “la penna” di una delle migliori teste pensanti della moda: Diana Vreeland. Debuttò in società nel 1923, come lei stessa dice nella sua autobiografia: vestita di bianco con delle scarpe rosse di velluto combinate con il rosso dello smalto alle unghie e quello delle camelie che portava in mano. Nel 1937, con gli stessi accostamenti di colori, attirò l’attenzione dell’allora direttrice di “Harper’s Bazaar” Carmel Snow, la quale le propose di lavorare per la celebre rivista. Il vero personaggio rilevante sorse nel 1962, quando Condè Nast la assunse come direttettrice di “Vogue”; non fu una rivista di moda banale, al contrario, si concentrò molto sulla vita delle persone. Creò la figura delle modelle, i loro nomi propri ma, grazie all’esperienza come curatrice presso il Costume Institute del Metropolis Museum of Art di New York, riuscì a trasmettere la ”vita” che l’abito portava con sè.

diana                                  dv-1    26.

“C’è un momento in cui la moda cessa di essere se stessa e diventa attimo. Ci sono corpi che in questo attimo distillano la poesia, il disegno,l’occasione,l’indecenza. Ci sono volti che amano la maschera più della pelle stessa ” 27.

E chi meglio di Anna Piaggi poteva incarnare tutto questo? Non fu semplice giornalista, ma anche collezionista e modella atipica. Si potrebbe definire “dandy donna”, metteva in mostra il gusto per il travestimento, con lo scopo di esaltare se stessa come creatrice d’innovazione. Ad ogni sua apparrizione sfoggiava una “maschera” nuova. Tra queste maschere non spicca solo il “glamour”,  prerogativa del dandy contemporaneo, ma anche i suoi capi vintage. Di Anna Piaggi ricordiamo, quindi, non solo le sue provocatorie “Doppie Pagine” curate per la rivista “Vogue Italia”, ma anche il suo armadio contenente preziosi capi vintage. Di questo ultimo “stile”, lei è considerata la precorritrice. Il termine anglo-francese si riferirebbe all’espressione “d’annata” (es. riferendoci ad un vino), oggi designa abiti, pezzi d’arredamento, oggetti, in breve, qualsiasi cosa si riferisca a qualcosa che provenga da un passato prossimo databile a mezzo secolo o poco più. Farebbe parte del “tempo della patina”, dal quale emergono i cosiddetti segni “intramontabili”. Oggi per esempio guardiamo un Jeans del marchio storico  Levi’s come fosse un capo vintage, quel capo che ha dato vita al più noto brand fondatore della cultura del denim, appare ai nostri occhi come un’immagine  nuova. In questo senso, la moda è vista come storia, come passato che si fa spazio nel presente per distoglierci dall’impetuosa modernità che ci circonda. Questo è ciò che Benjamin definisce come “Tigersprung”, ovvero, “balzo di tigre”. 28. Fotografie, cinema, riviste ed altri media come radio o tv, fanno parte di un’unica piattaforma convergente29.(come abbiamo già accennato nell’introduzione): il web. C’è sete dell’ultima notizia proprio come nell’ambito della moda c’è smania per l’ultima novità. Ad accontentare il lettore, il cliente etc è l’istantaneità dei nuovi mezzi di comunicazione. Un’innovazione particolare è stata apportata dai “blog”, i quali permettono al lettore di commentare le informazioni e, in questo modo, dando voce ai vari gusti che si scatenano nelle complesse società di oggi.  Il fenomeno dei “fashion blogger” è oggi tra i canali più visitati della moda, sia di quella istituzionale che di quella di strada. Il primo fashion blog risale al non molto lontano 2005, ad opera di Scott Schuman, ex operatore del mercato della moda che, sulla scia del “flaneur giornalista”, iniziò a girare per le strade di Manhattan con l’intento di fotografare persone purchè “looked great”.  Nacque così il mitico “Sartorialist”. Tuttavia, la funzione transculturale e translinguistica che assurge dal web da la possibilità di creare una rete “social fashion”. Rammentando l’orientalismo, oggi è presente sui social network  una diffusa visione della cultura e della moda islamica.  Ne è un esempio Dina Torkia (una blogger inglese) con un suo lavoro “My hijab and me”.30.

summer albarcha  Summer Albarcha 31  d-g-sn-5 “D&G, Spring-Summer 2016”

La seconda immagine mostra come la campagna lanciata da Dolce & Gabbana esalta non solo il carattere esotico, ma anche un altro segno che ha caratterizzato il mondo della moda, nondimeno quello del cinema, dal Novecento. Furono gli occhiali da sole di Audrey Hepburn, gli intramontabili Wayfarer (modello del noto marchio Ray Ban), in Colazione da Tiffany, a dare un’accezione positiva della donna con gli occhiali, per lo meno, con gli occhiali da sole.

 Ray-Ban-Wayfarer-Audrey-Hepburn-big                Audrey Hepburn          cappello-di-audrey-hepburn-in-colazione-da-tiffany

  Importante segno nel mondo del cinema fu anche il cappello. L’ampio cappello nero che vediamo qui nella foto indossato da Audrey Hepburn sempre in Colazione da Tiffany resta ancor un “must” per la moda femminile.

vertigo_650x447   “KIM  NOVAK, La donna che visse due volte”

costumes-in-Sabrina-2   ”AUDREY HEPBURN, Sabrina”

Gracehalternecktop    GRACE KELLY

                                                                                   louise brooks     LOUISE BROOKS

In queste immagini emergono tutti gli elementi del “corpo rivestito”:  partendo dallo chignon di Kim Novak e finendo al caschetto “alla maschietta” di Louise Brooks, si susseguono nel tempo della moda scollature di vario tipo: a barca per Audrey Hepburn, all’ “americana” per Grace Kelly . Per le scollature maschili abbiamo visto Rodolfo Valentino( note in “lo Sceicco” o “il giovane raja”) . Oltre a questi caratteri distintivi potremmo elencare barbe, trecce o calvizie. La moda è espressione di vari generi. Quest’espresione oggi si manifesta attingendo dalla sfera quotidiana, infatti, la moda attualmente ha un  forte legame con il cibo: parliamo di  Food Design e moda. La comunanza cibo-moda è presupposta già in una serie di parole. La “baguette”, ad esempio, non è solo un particolare pane dalla caratteristica forma allungata. È anche la celebre borsa Fendi disegnata nel 1997 da Silvia Venturini Fendi e che oggi conta più di settecento varianti. La borsa, dalle linee molto semplici, s’ indossa portandola sotto braccio esattamente come una baguette, da cui proprio per questo motivo prende il nome. Un esempio analogo è la “ciabatta”.  Esempi di alcune espressioni sono invece “l’uovo in camicia” oppure “fare la scarpetta”.

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Lo slogan  in questo caso sarebbe più appropriato: “dalla cucina alla passerella”. Il corpo è diventato un medium pregnante di questa relazione. In questa sfilata si possono vedere degli abiti disegnati da Jeremy Scott per Moschino, una collezione autunno-inverno chiaramente ispirata al logo Mc Donald’s.

“ Anche il cibo finisce per definire il corpo come sede dell’inorganico” (Calefato)

Il corpo è perennemente in contatto con organico ed inorganico, ovvero, con materiali vitali-biologici ed elementi inorganici che diventano “vitali” una volta che il “corpo li incorpora”. Il cibo, pertanto, è diventato elemento significativo per l’uso esterno ed estetico, perdendo la sua primaria caratteristica quale la commestibilità. Assume in questo modo “il sex-appeal dell’inorganico”, come lo definì Walter Benjamin:

“ Ogni moda è in conflitto con l’organico. Ogni moda accoppia il corpo vivente al mondo inorganico. Nei confronti del civente la moda  fa valere i diritti del cadavere. Il feticismo, che soggiace al sex-appeal dell’inorganico, è il suo nervo vitale” .

Il lusso rappresenta la feticizzazione dell’abito e del corpo.

gaga1 Lady Gaga,MTV Awards 2010

Lady Gaga si presentò alla premiazione degli MTV Awards del 2010 con un vestito di bistecche di carne cruda. Il suo voleva essere un atto di protesta ma, al contrario, non sono mancate le accuse. Lei stessa ha ribadito che voleva “ sottolineare la progressiva eliminazione dei diritti dell’uomo che, a breve, lo consumeranno fino alle ossa”. Il vestito venne esibito in una mostra in Ohio dedicata alle donne celebri della musica pop. Non si sa però attraverso quali tecniche sia stato conservato. D’altra parte ci sono due giovani stiliste inglesi,  Emily Crane e Suzanne Lee, che hanno creato dei progetti di moda. Entrambe consapevoli della mancanza di risorse del pianeta e,  per questo, il loro lavoro è una specie di lotta contro il lusso ed il consumo nella moda. I loro progetti sono esempi di esperienze di moda etica e sostenibile. Il progetto Crane si chiama Cultivated Couture, il nome gioca sul doppio significato di “coltivato” : inteso come coltivazione naturale o come colto, raffinato. Gli abiti sono realizzati di ingredienti commestibili come agar-agar, acqua, gelatine. Il progetto di Suzanne Lee è invece Biocouture, anche qui il nome esalta l’innesto tra natura e cultura delle sue creazioni. Le sue creazioni sono creati infatti da batteri che fermentano la caffeina. 

1439e3d6e57d1cffd346a5903042bcd1 Emily Crane, Cultivated Couture  

BioBomber_jacket  Suzanne Lee, Biocouture  

La moda è un aspetto inseparabile della nostra vita: è linguaggio, profumi, impressioni, fotofrafie, colori, schemi. È il palcoscenico su cui ogni giorno ci muoviamo e noi siamo l’esempio vincente di flaneur o cyber-flaneur. Ad ogni modo, in ogni sua forma, la moda dovrebbe puntare oggi alla differenziazione!  Siamo tutti protagonisti del nostro corpo. Dovremmo avere tutti un’identità multipla piuttosto che una ed omologata. Solo in questo desiderio di essere altri/altrove possiamo riconoscerci in fattori come sessualità, età, idea di casa e appartenenza. Quest’ultimo pensiero pare che concordasse con il pensiero del grande David Bowie, figura emblematica della nostra epoca, morto il 10 gennaio dello scorso anno.  Grazie alla sua personalità “sui generis” potremmo dire che sia più “morto che vivo” , ma intendendo quest’espressione positivamente. Lui ha vissuto “oltre la moda” e “oltre la morte”, ha trasformato il lutto in qualcosa di simile alla resurrezione (come quella di Lazzaro nell’ultimo video), e ciò lo ha reso ancora più vivo.

                                                     1427191638904.jpg--vacanze_romane   Audrey Hepburn, Vacanze Romane

In quest’ultima immagine mi rispecchio come garçonne33.  della mia epoca.

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NOTE

1.Il titolo di questo breve “quadro” della moda non è scelto a caso. Nell’introduzione si evince l’importanza che acquisisce il “paesaggio” in ogni epoca. L’etimologia della parola non rimanda solo ai suffissi –orami e –scape con i quali abbiamo visto si costruscono termini come panorami in italiano e landscape per il corrispettivo inglese, ma anche al significato di veduta, o meglio come suggerisce il vocabolo nell’enciclopedia Treccani : “parte di territorio che si abbraccia con lo sguardo da un punto determinato” . Questo è ciò che fa il “flaneur” nei confronti del “paysage” .

2.Walter benjamin: nacque a Berlino. Lavorò principalmente come traduttore e come critico”freelance”. Alla moda dedicò un capitolo della celebre opera “Parigi capitale del XIX secolo”. Della moda lo aveva colpito il suo carattere onnivoro, moda intesa come nesso morte-feticismo. Benjamin fu l’ideatore della moda vista nella sua riproducibilità in serie.

3.Patrizia Calefato insegna Sociologia dei processi culturali e comunicativi nell’Università degli studi di Bari Aldo Moro. Si occupa di teoria di moda, studi culturali, corpo e comunicazione, linguaggi della contemporaneità. Tra le sue ultime pubblicazioni il testo chiave di questo scritto: Paesaggi di moda, 2016 Milano.

4.Ivi. p. 7.

5.Arjun Appadurai:antropologo culturale (indiano e naturalizzato statunitense) occupatosi delle conseguenze della globalizzazione, con particolare riferimento ai flussi culturali e di comunicazione del presente e del fututo.

6.Benedict Anderson,Comunità immaginate.

7.Georg Simmel:sociologo e filosofo tedesco, fondatore con Weber e Sombart della prima associazione tedesca di sociologia economica. Alla base del suo studio pone due tipi di società: da una parte quelle primitive, nelle quali il singolo tende a uniformarsi;  dall’altra quelle civilizzate, delle quali emerge il carattere distintivo.

8.P.Calefato, Paesaggi di moda,p.66.

9.Werner Sombart: economista, storico e sociologo tedesco.Teorizzò la necessità del lusso fin dalla nascente società capitalistica. Per Sombart furono le donne con i loro sfarzi da cortigiane a incrementare un consumo lussuoso.

10. Calefato , La moda oltre la moda, cap 3, I consumi di moda.

11. Weblen, Teoria della classe agiata.

12.P.Calefato cit  da “La moda oltre la moda”  e ripresa in “Paesaggi di moda”.

13. E.A.Poe,L’uomo della folla.

14.Fashion Intelligence, Calefato.

15.L’esperimento sociale Carlsberg in una pubblicità vedeva “un’ ingenua” coppia entrare in una sala da cinema occupata da soli bykers. Furono gli unici tra tanti a sfidare gli “omoni” e sedersi al centro della sala, per questo furono premiati con una birra Carlsberg.

16.La camicia bianca secondo me: Gianfranco Ferrè è il nome della mostra. L’esposizione è avvenuta successivamente a Milano, al Palazzo Reale e poi in Arizona, nell’immenso spazio minimalista dell‘Art Museum di Phoenix con l’ esposizione The White Shirt According to Me: Gianfranco Ferrè di Dennita Sewell, curatrice di Fashion Design del museo. La fondazione in sé è importante perché rappresenta ciò che oggi definiamo “ lusso culturale sostenibile”.

17.Sari s. m. [dall’indost. sāṛhī o sāṛī]. – Costume femminile nazionale dell’India, costituito da una pezza di cotone o di seta, di varî colori, che si porta drappeggiata intorno alla persona. La spiegazione di questa camicia è presente nel capitolo finale del libro Fashion Intelligence, parte curata dalla fashion designr Florisa Sciannamea.

18.Secondo Roland Barthes,semiologo francese del Novecento, esiste una distinzione tra costume ed abbigliamento: il primo è segno di vita sociale mentre il secondo esprime la sua individualità.

19.Il cinema come abbiamo visto nasce nel 1895 con i fratelli Lumière, si trattava di un film-documentario. Nel 1906 fu affiancato da quello narrativo, avendo come funzione quella di comunicare passioni, corpi umani.

20.Se nel corso del 19° secolo il termine anglosassone queer identificava in modo spregiativo gli omosessuali, all’inizio degli anni Novanta del secolo successivo la parola entra nel dibattito pubblico e nelle scienze sociali, relativamente agli studi sulla sessualità, assumendo un’accezione inclusiva che allude alla valorizzazione delle differenze.  

21.Gli abiti-gioiello d’ispirazione indiana del “giovane raja “ furono creati dalla costumista Natacha Rambova, seconda moglie di Valentino. Natacha era cliente di Poiret dal quale fu influenzata.

22.Ispirato a “Le mille e una notte”, Poiret richiese ai suoi oltre 300 ospiti di indossare costumi di ispirazione orientale, invitati ad indossare una delle creazioni di stile persiano dello stilista.

23.Prima della cartolina era in voga il ”ritratto”, riservato agli aristocratici fin quando nel Seicento non diviene genere di uso borghese. La fotografia nasce nella prima metà dell’Ottocento e, si perfeziona in seguito. La figura di spicco come fotografo di moda del Novecento fu Richard Avedon.

24. Ludwing Wittgentstein, filosofo austriaco, nella sua opera Tractus logico-philosophicus,  sottolinea l’importanza che assume il linguaggio del corpo rivestito.

25. R.Barthes, Sistema della moda.

26. “THE EYE HAS TO TRAVEL”, film-documentario dedicato da Lisa Immordino Vreeland  alla sua nonna acquisita, con il quale, attraverso una serie di interviste mostra come il suo pensiero è riuscito ad andare oltre le pagine del giornale. In questa immagine si nota la prevalenza del colore rosso di cui lei era “amante”.

27. P.Calefato, Paesaggi di moda, p.164.

28.W.Benjamin, Angelus Novus.

29.Henry Jenkins  fu il sociologo americano che coniò la definizione “cultura convergente”, riferendosi ai media come ambienti tra loro integrati.

30. Nel 2005, tra le pagine della BBC, Dina Toki-o(così conosciuta)dimostra come il velo islamico è visto per alcune donne segno d’oppressione(in Iran), mentre, per altre diventa un oggetto cool.

31. Studentessa siriana-americana, blogger su Instangram e aspirante stilista.

32. Cucina di design, Loredana La Fortuna.

33. Garçonne ġarsòn› s. f., fr. [femm. di garçon «giovanotto, scapolo» (voce di origine germ.); dal titolo del romanzo di V. Marguerite, La garçonne, 1922]. – Ragazza che ostenta modi di fare indipendenti e spregiudicati, o assume atteggiamenti maschili (cfr. l’ital. maschietta): capelli alla g. (o à la g.), tagliati corti e con la nuca rasata, secondo la tradizionale moda maschile. Con l’evoluzione del costume, la parola ha ormai perso attualità.

BIBLIOGRAFIA

Paesaggi di moda, Patrizia Calefato

Fashion Intelligence

Cucina di design

Enciclopedia Treccani

Personale “Tigersprung”  negli anni del liceo

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