“Non mi pare che la lucciola si attribuisca maggior importanza per il fatto incontrovertibile d’essere una delle meraviglie più spettacolari di questo circo, e tuttavia è sufficiente supporre in essa una coscienza per capire che ogni volta che le si accende il pancino l’insetto di luce deve sentire come un solletico di privilegio”  ( J. Cortazar, Rayuela)

Una lucciola d’agosto ha sempre un motivo d’orgoglio. Oltre la teoretica delle lampadine,  il capriccio dei fiammiferi e la ferocia del napalm: un piccolo led autosussistente nell’ombelico della notte. Avrebbe potuto dare la carica a tutti i grilli, gli orologi e i carillon, se non fosse il suo lembo di cielo un vecchio diorama di fine Ottocento. Danzando sul filo della prossemica ha conosciuto la paura. Finchè dagli spazi tra le dita non è sfuggita al vetro del bicchiere. Che intarsi sulla Boemia, d’artificio soffiato e poesia!  Meraviglia d’ogive e rilievi, sottili come il sogno e i ricami del ragno. Si cade così: per la bellezza.  Il desiderio le accendeva il ventre, di luna nuova e luce siderale, ma la trasparenza delle pareti celava l’insidia dell’esilio. La vista del mondo, dall’alto di uno scaffale: l’illusione di avvicinarsi al cielo stellato.  Furiosa con tutte le forze contro l’inganno della frontiera sull’inganno. Non avrebbe afferrato la Chioma di Berenice, dall’altra parte.  Gli occhi non s’appagano guardando da lontano. Languiva la piccola luce dal cuore cinestesico. Chi l’ha intrappolata l’ha lasciata poi andar via, schiudendo, tra l’indice e il medio, l’unica via per non morire.  Non si può tenere la luce in un bicchiere! Ma quale stupore, che forza da titani, quanto amore ardente nel petto della creatura più minuta! Questo microbo del mondo doveva assolutamente conoscere l’arte del vetraio! Guariranno le ali dall’ostinazione dell’irraggiungibile. Nel cicatrene di una lunga notte senza sogni. Ma il vestito di fotoni non l’ha mai abbandonata, per la gioia del respiro, i giochi sinaptici, e le dissertazioni con i figli del caso. Una lucciola d’agosto ha sempre un motivo d’orgoglio. Il mondo quantico ha qualche affinità con l’infinito: non importa essere così piccoli, l’efelide volante sul volto di un gigante. È un miracolo la torcia tra le costole, nell’ora di tenebra , sotto l’ala di corvo meccanico che arrende i cuori più fermi. E  fulmina le luminarie degli irredenti che trovano in ogni dove motivi per lamentarsi, senza guardarsi dentro mai. La coscienza della miseria è la prima fonte di ricchezza. Saper leggere lo specchio e accettarsi infinitesimi.  Una lucciola d’agosto conosce il suo essere insignificante, le leggi proporzionali, i rischi di ogni viaggio a Brobdingnag,  ma  è orgogliosa del suo centimetro di libertà. Non importa se non raggiungerà mai le stelle, avrà vissuto comunque per qualcosa d’immenso. Che possa essere esausta all’alba, per il folle volo e  dimostrarsi che non esiste il limite di Eddington. Ha scelto di scegliere, piccola partigiana della vita. Il centro della carreggiata notturna è un cimitero d’anime ignave. Meglio morire per qualcosa, che restare in vita accontentandosi. Il certo, dopotutto, non è affascinante come il probabile, i colori giustapposti non hanno la stessa forza del chiaroscuro e le emozioni non passeggiano per le strade principali. La vita intensa preferisce il mare aperto al viaggio costa costa. è così breve il tempo per ognuno, un arco di luna per l’insetto notturno, che chi guarda le stelle preferisce l’espansione alla compressione, l’accoglienza alle braccia conserte e la caduta correndo all’immobilità.

Una lucciola d’agosto ha sempre un motivo d’orgoglio.

Delia Cardinale

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