Quando iniziava quell’arpeggio leggermente distorto era ogni volta, da più di vent’anni, una magia irripetibile.
Anche per me, che ti ho seguito da molto prima di quella canzone, che ho sempre preferito i pezzi rock alle ballads, quello era un gioiello che non avrebbe mai avuto rivali, era semplicemente perfetto, tradiva dolore e speranza, ti tuffava in un mondo interiore, ti faceva riemergere rinato, pieno di energia oscura, come i pannelli solari, che sono neri ma generano, assorbono, sprigionano.

Anche tu, amico mio.
Anche tu, compagno di mille serate a base di alcol ed erba in cui tutto sembrava possibile e nulla a portata di mano, in quella fetta di mondo racchiusa fra la Taverna del Maltese e il palazzo delle Poste.
Anche tu inghiottito dal buco nero. Proprio oggi, proprio adesso
Anche tu che a 52 anni sembravi ancora l’icona del figo intramontabile, inattaccabile, la voce che non tradiva l’età, il fisico longilineo, che se fossi una donna saresti stato il mio sex-symbol.
Anche tu ci lasci così, basiti, a condividere un milione di volte il video di “Black hole sun” su facebook e a chiederci perché.
Eppure la tua strada è quella giusta: hai piazzato il singolo – forse una delle canzoni più belle della storia del rock – hai avuto una carriera densa di tutti gli onori a livello di vendite, di qualità e di varietà d’esperienze, e ora può bastare.
Pensavo che avresti voluto continuare, e continuare, non ti saresti mai stancato, nè a cinquanta, nè a sessanta, nè oltre. Avresti continuato a suonare con tutti i mostri sacri del rock, a spalmare la tua voce sfaccettata su cento progetti diversi, tutti col marchio di fabbrica di qualcosa di inconfondibile.
Invece arriva un dio supersconosciuto, un gesù ligneo che dalla croce dice che può bastare, che devi presentarti a dire ciao al paradiso. Che sono finiti i giorni in cui tentare di vivere. Come suona diverso, adesso, l’ascolto del finale del più famoso album dei Soundgarden.
Non sono mai riuscito a vederti dal vivo, a godere in prima persona di quella tua voce assurda, graffiante eppure calda. Male, molto male.

Prendo l’impegno sacro di non condividere nessuna tua canzone su facebook – quell’accozzaglia di dolore a portata di clic mi da il voltastomaco, ormai – ma volevo che sapessi, da quel “qualche parte” in cui ti trovi – che ho pianto. Tanto.

Ah, a proposito: se per caso fra un Jimi, un Kurt e un Layne ti capitasse di incontrare anche mio padre, un uomo anziano, coi baffi, dallo sguardo buono, che non somiglia per niente a una rockstar – lui sta da quelle parti da un anno esatto – beh, sappi che non ti riconoscerà. Non sa neanche chi sei, e sarei pronto a giurare che se sentisse una qualsiasi tua canzone direbbe che si tratta di rumore e che la tua voce è troppo sofferta, o qualcosa del genere. Digli che ti volevo bene e abbracciatevi.
Ci vediamo in qualche altrove, amico.

Manlio Ranieri

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