Dopo aver superato abilmente le tentazioni di un’evasione in puro stile italiano, afferenti al Lunedì in Albis, mi dedico alla riflessione, evitando come ingabbiato nei percorsi delle giostre medievali, i cattivi stimoli esterni e i cattivi pensieri ad essi connessi; il lavoro della scrittura, essendo una discesa da una mongolfiera superiore che gravita nel mondo delle intuizioni passeggere, è in pratica un superamento iniziale di una frizione del mondo esterno, per arrivare ad un raccoglimento delle sensazioni esterne allo scrittore in una scatola grigia di significato. Non a caso concetto deriva da cumcipere, che scomposto diventa cum-cipere, cum in latino è un prefisso che in genere viene associato all’alblativo, ma viene anche associato a verbi come prendere, nel nostro caso cìpere. Il concetto, è il prendere insieme diverse cose mettendole sotto un unico comun denominatore. La scienza antica che prima della moderna linguistica, in particolar modo la semantica, ha indagato cosa è propriamente il concetto è la logica filosofica, tutti ricordano la famosa fatica del concetto di cui parlava Hegel, o il Kant della ragion pura nel quale il concetto era il frutto di un’attività di sintesi del molteplice tramite il meccanismo delle categorie che funzionano nello spazio e nel tempo. Sicuramente la mia idea antecedente a queste stesse parole che sto mettendo su carta era differente da quella che agisce adesso nell’ambito del labor limae, Ho dovuto superare gli ostacoli dei dubbi e di ciò che mi metteva in ridicolo. Concepire, come la concezione propriamente detta, quella natale, è rendere tutto uguale in un pugno grigio di buon senso e superficialità, è un po’ come imitare il Dio della scolastica medievale, quello che nella sua eternità fuori dal tempo sa tutto e vede tutto in un punto atemporale, insomma cerca di portare ogni bimbo a scuola, anche quelli più monelli, li veste del loro bel grembiale blu, li mette in fila. La sobrietà non nasce per caso, è figlia del senso, ovvero del portare ogni cosa ad un obiettivo, di modo che ogni pare sia orientata al funzionamento generale del tutto. In filosofia si definisce essenza, ciò che rende una cosa quello che è. Il lavoro del concetto o essenza (che poi le essenze siano nelle cose, ovvero de re, oppure  gravitano nel mondo delle idee, è un altro discorso) è un lavoro di astrazione dal molteplice, fino ad arrivare ad una serie di caratteristiche comuni a più sostanze individuali, il lavoro del concetto in uno scrittore è lo stesso, dalla molteplicità malvagia che lo circonda, che lo distrae, egli va avanti fiero, nonostante il riso degli invidiosi, fino a creare un tutto armonioso e sobrio. Ritornando al mio esordio di cui sopra, ovvero, evitare le tentazioni del Lunedì Dell’Angelo, riporto una serie di idee che mi sono venute ieri, parlando con dei miei conoscenti che sono connesse con il tema angelico, meglio dire con la religione cristiana. Le ricerche filosofiche (Philosophische Untersuchungen) che ho deciso di mettere come titolo a questo mio articolo, sono una serie di brevi riflessioni di Wittgenstein, filosofo noto a tutti, che segnano una svolta cosiddetta pragmatica, nel suo pensiero, tanto da parlare di un primo W. e un secondo W. La pragmatica è una branca attualmente funzionante nella linguistica che studia il funzionamento del linguaggio fuori dalle condizioni ideali di proferimento, quelli di cui parlava De Sassure (Saggio di Linguistica Generale) un’idea di dialogo in cui viene considerato esclusivamente il significato letterale di una qualsiasi proposizione, vedendo il linguaggio come una matematica precisa di messaggio-ricevente in cui tutto è sempre calcolabile semanticamente in maniera ideale. La pragmatica linguistica invece, considera che il linguaggio non ha una caratterizzazione semantica precisa, bensì può avere diverse sfumature di significato a seconda della situazione. Parlo di Wittgenstein come padre della pragmatica ma, avendo studiato nella mia tesi di laurea Bachtin, potrei al contrario dire che è la Russia ad aver introdotto questo nuovo modo di vedere le cose, ma questa è sempre un’altra storia. Torniamo a Wittgenstein, egli dunque inventa la pragmatica, la comunicazione non è più come negli schemi del saggio di linguistica generale, astratta e determinata una volta per tutte, morta come i termini di un vocabolario, bensì tramite i famosi giochi linguistici, il linguaggio diventa uno strumento per arrivare ad un fine. Tralasciando la bellissima espressione di Wittgenstein, tutto dipende dalle circostante particolari e psicologiche in cui viene enunciato un qualunque asserto. Prima ho parlato di un primo W. e un secondo W., nel primo Wittgenstein, quello del tractatus logicus-filosoficus, abbiamo un’idea di verità e di significato standard, al di là del fatto che il linguaggio rispecchia la forma delle cose, abbiamo dunque un isomorfismo tra la frase che è lo specchio dello stato di cose, ha la stessa forma (se dico ad esempio “il camion rosso sul tappeto ha una ruota rossa” allora questa frase secondo il tractatus. la ha la stessa forma interna del camion reale che ha una ruota rossa, un’idea raffinata e non banale) nel tractatus si ha un’idea di verità standard, di tipo corrispondendista, una gli stati di cose sono le condizioni di verità di una qualunque asserzione, quindi lo stato di cose del camion che nella realtà sensibile ha una ruota rossa rappresenta le condizioni di verità della frase “il camion rosso sul tappeto ha una ruota rossa”). Una concezione di verità che nel primo Wittgenstein ricalca il modello aristotelico, che insomma non considera la parte umana più intima che è il campo di indagine della psicologia empirica. A partire dal modello iniziale si giunge alla teoria dei giochi linguistici, che ha aperto il campo allo studio del linguaggio non come un apparato morto e dato una volta per tutte com era tutta la riflessione antecedente, a partire da Aristotele stesso, nella Metafisica si parla di essenza o significato in maniera intercambiabile. Le situazioni particolari di proferimento rendono una frase malleabile a molteplici significati. Faccio un solo esempio indicativo. Prendiamo la frase “oggi piove”, questa frase può significare “oggi piove che noia!!!” “oggi piove meno male!” “oggi piove quindi non possiamo lavorare”. Non c’è un solo mostro robotico che agisce senza emozioni in “oggi piove”, il linguaggio è umano ed è in bocca a degli umani che tramite di esso fanno qualcosa. Il termine pragmatica, oltre ad indicare una branca della linguistica che studia il linguaggio fuori dal suo significato letterale, considera lo stesso come uno strumento per raggiungere un fine, per fare delle cose. L’espressione “la messa è finita” oppure “vi dichiaro marito e moglie”, sono le varie funzioni del linguaggio che non ha solo la classica funzione assertiva ma ne ha molteplici, perfomativapersuasiva e tante altre. Basta Wittgestein ora andiamo al cristianesimo, che per restare ancora al filosofo “non smetteremo di credere in Dio finchè crediamo nel linguaggio”. Riporto alcune mie idee standard, nel senso che ho sempre pensato, venutemi in mente in questi giorni. Ho guardato il film Il re dei Re, uno dei tanti film dolciastri sulla morale cristiana. Qui figurava un Gesù bello e dotato di due fari azzurri, l’emblema ingenuo del connubio di bellezza e moralità. Nel discorso della montagna oppure nei vari episodi di guarigione, Gesù si fa portavoce, a mio parere, dell’idea di verità come non data una volta per tutte, forse addirittura inesistente, una dottrina morale connessa all’oltremondo che fa gola a chi ne ha bisogno. Se ho detto sopra che il linguaggio-verità è soprattutto uno strumento per raggiungere un fine, ad esempio la persuasione dell’antica sofistica, Gesù e la dottrina cristiana ne è uno degli esempi più cogenti. Non è mia intenzione dire che tutto l’insegnamento del cristo è pura forma per imbambolare gli ebrei ridotti a schiavitù dai cattivi romani, dico soltanto che i vari precetti “chiunque voglia essere grande si faccia infinitamente piccolo” “gli ultimi saranno i primi ” “amate i vostri nemici” “ama il prossimo tuo come te stesso” “abbandonante il lavoro in quanto fonte di preoccupazione e mangiate i frutti donati da Dio agli uomini in maniera sufficiente”. Tutti questi precetti, nascondono nietzcheanamente, (Il crepuscolo degli idoli, al di là del bene e del male), una forma di convincimento della masse impaurite, vili, deboli, incapaci di ribellarsi a qualcuno o a qualcosa. Il volto bonario di Gesù, per quanto ci faccia tenerezza, non proferisce nessuna verità universale. La sua parola è frutto delle situazioni particolari e storiche, meglio dire umane troppo umane. Anche i muri sanno che per Nietzsche, la divinità è una pura invenzione degli infinitamente piccoli e deboli. L’insegnamento del nuovo Messia, magari proprio ora sarò fulminato, è pura pragmatica elementare. Si Cristo era un’idiota (Nietsche), non è cattiveria, è indagine razionale, quella passione per la verità che tutti dovremmo avere. Sono cose che ho sempre pensato in fin dei conti, la mia educazione filosofica successiva ha confermato e raffinato le mie intuizioni adolescenziali. Non possiamo credere che quelle proferite da Gesù siano verità assolute, è soltanto capacità di un imbonitore, o di un saltimbanco di dilettare le folle. Nel caso del cristianesimo si trattava di dare coraggio, se mai Cristo è veramente esistito in cuor suo sapeva di essere un attore. Ha voluto per la prima volta parlare di pace, come se in tanto tempo a mai nessuno fosse venuto in mente di combattere Erode non con la spada ma con la dimissionaria bontà d’animo. L’insegnamento dì Gesù è pragmatico perché come le belle dimostrazioni scelte dai matematici fa presa su un uditorio bisognoso proprio di quelle parole. Tutto è così infinitamente umano, pensiamo ad essere civili non perché c’è una garanzia oltreterrena, ma perché il mondo materiale che abbiamo a disposizione non ha bisogno di idoli che lo rendano un luogo passeggero in cui ci sia solo anima e niente corpo. Non c’è niente che vada al di là delle ristrette idee che vagano nel nostro cervello. Chiamatelo idealismo estremo io la chiamo intelligenza.

Una riflessione di Giovanni Sacchitelli

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