I negozi chiusi e svuotati, con le vetrine impolverate come se da quell’isolato fosse passata, improvvisa e circoscritta, la guerra. Gli italiani imbronciati, avvezzi ormai solo a recitare una litania di lamentazioni: chissà dov’è finita tutta la creatività che ha fatto di questo popolo la geniale accozzaglia anarchica, sprezzante delle regole ma capace di sopravvivere in qualsiasi situazione. I ragazzi africani che chiedono l’elemosina fuori dai supermercati, col sorriso disegnato – non stampato – sul viso che ha visto la morte in faccia: liquida, urlante, impietosa; quei saluti squillanti che distribuiscono a tutti: ai dieci centesimi, all’euro, anche agli occhi bassi che li incrociano e passano avanti.
La straziante “Grande bellezza” di camminare affettando la multiforme umanità di un quartiere popolare, racchiuso nel tuo piccolo mondo privato, recintato dalle cuffie nelle orecchie – che rimandano inutilmente al cervello segnali distensivi di serotonina – e dagli occhiali da sole a nascondere le lacrime.
D’accordo, ha ragione Vasco Brondi quando dice che è un superpotere essere vulnerabili, ma a volte sarebbe anche piacevole avere – banalmente – un po’ di quella forza interiore solida e pratica che ti faccia camminare con la testa alta verso il sole, come tutti gli altri, non pensando alla vita che ti scorre addosso guidata in solchi obbligati scavati sulla pelle, come puntina sul vinile: accattivante, magari, come una bella canzone, ma non libera di essere, di improvvisare un assolo meraviglioso, di cambiare scala e tonalità. Di stonare, persino.
Perché no.

Manlio Ranieri

 

 

 

 

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