Mi guardo attorno, in questo fiume di corpi che ondeggiano, si scontrano, saltellano, sudano copiosamente.
Abbraccio i dintorni in un percorso circolare che mi strappa un sorriso di compartecipazione, però è un sorriso velato di una venatura bordeaux, come il sangue che scorre al di sotto della pelle: vitale, ma scuro. E oscuro.
C’è una cosa che invidio a una variegata moltitudine di esseri umani, ed è il saper avere un rapporto con il proprio corpo.
Io non so ballare – questo mi viene in mente mentre, durante un concerto, tutti attorno a me lo fanno, ciascuno a modo proprio – mi sento goffo e impacciato ogni volta che ci provo, e così preferisco rimanere fermo, al più saltellare e unirmi al coro di chi canta a squarcia gola, ma esclusivamente al riparo della moltitudine, mai da solo: perché io non so neanche cantare, in realtà, stono, storpio, deturpo la bellezza delle canzoni.
Tranne rari casi, mi sento quasi sempre a disagio quando mi fotografano, cerco di nascondermi dietro qualcun altro, mi sento violentato: ho sempre preferito stare dall’altra parte dell’obbiettivo, dal lato dell’occhio che inquadra, compone, crea mondi che al resto degli osservatori appaiono invisibili finché non si materializzano nel riquadro estrapolato dalla mia fotocamera e reso indipendente dall’ambiente che li circonda.
Io non so fare l’amore, se non in maniera piuttosto canonica. Arrivato oltre i quaranta, posso confessarlo senza paura di rovinarmi la piazza nei confronti di donne che non lo sappiano già.
Amo visceralmente fare sport, è un’attività che mi fa stare bene; eppure, nonostante lo pratichi da sempre, non sono mai stato in grado di eccellere in nessuna disciplina, neanche in quelle che pratico da quando avevo età da scuola elementare.
Adoro leggere ma i miei occhi si ribellano, perdendo circa un mezzo grado di lucidità ogni anno che passa, condannandomi ad abbandonare la carta stampata per la più pratica e riposante tecnologia e-ink del mio e-book reader.
Cerco da sempre di mantenere il mio corpo nella migliore condizione possibile, curo l’alimentazione e l’attività motoria, sviluppo i muscoli, e lo faccio perché solo così, in fondo, solo mantenendolo al suo meglio, riesco ad accettarlo e a non sentirmi troppo a disagio con lui.
Io non so avere contatti fisici: prima di mettere le mani addosso a qualcuno – che sia una donna che mi attrae, un amico, un’amica, mio fratello, mia madre – anche solo per una carezza o un abbraccio, devo superare sequele di posti di blocco, trincee psicologiche, barriere di filo spinato.
Ho vissuto decine d’anni della mia vita nella ferma e ridicola convinzione che masturbarsi fosse una cosa squallida e triste, sebbene necessaria.
La mia mente, invece: la mia mente riesce a librarsi leggiadra in voli pindarici impossibili a molti, a vedere il bello laddove altri vedono solo squallore, a inquadrarlo con l’occhio di un obbiettivo o con le parole di un racconto o di una poesia.
La mia mente sembra che viva un’esistenza propria, avulsa dalla casa che la contiene e le offre vitto e alloggio.
La mia mente è capace di amare molto più del mio corpo, entra in simbiosi, si sintonizza con altre onde cerebrali, si gonfia di bellezza e di dolore, come o persino meglio dei corpi cavernosi.
E’ per questo che non riesco a credere che, con la fine dell’organismo, della sua attività vitale, lei sia condannata ad estinguersi allo stesso modo: qualcuno la chiama anima, parla di resurrezione o di reincarnazione; mettetela come volete, come vi suggerisce la vostra religione: io non riesco a credere che due parti di me così palesemente in disaccordo fra loro possano essere legate da un destino comune, dallo stesso inizio e dalla stessa fine.

Testo di Manlio Ranieri

Artwork di copertina di Amleto Melgiovanni

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