Fra gli anni 70 e 80 New York era una città molto diversa dal sicuro, elegante e costosissimo ghetto per miliardari in cui l’hanno trasformata la tolleranza zero di Rudolph Giuliani e l’inarrestabile gentrificazione. A quei tempi molti quartieri di Manhattan sembravano essere stati bombardati come in 1997: Fuga da New York (1981) di Carpenter, gang di teppisti si combattevano per il controllo del territorio come ne I Guerrieri della notte (1979) di Walter Hill e tanti tossicodipendenti vivevano un’esistenza infernale come Al Pacino in Panico a Needle Park (1971) o Jared Leto in Requiem for a dream (2000).

Eppure nonostante fosse sporca, violenta e completamente ricoperta di graffiti, la Grande Mela visse proprio allora il suo periodo più vitale e creativo. Gli affitti molto bassi consentivano a tantissimi aspiranti artisti di venirci a vivere (come succede oggi a Berlino) ed era riuscita a togliere a Parigi il podio di capitale mondiale della cultura. Se volete sapere come fosse vivere a New York all’inizio degli anni 80, quando la Factory di Andy Warhol e lo Studio 54 erano ancora aperti, la No Wave stava lasciando il passo alla New Wave, i graffiti non erano ancora diventati il più importante movimento artistico mondiale e l’AIDS era sconosciuto, allora non c’è niente di meglio che recuperare un piccolo cult movie New York Beat Movie (1981), noto anche come Downtown 81.

Girata da Glenn O’Brian e vittima di mille traversie, questa pellicola è stata proiettata la prima volta a Cannes solo nel 2000 e non è stata mai doppiata in italiano. Un vero peccato perché si tratta di una piccola chicca nonché di una rara testimonianza storica. Protagonista è un neppure ventenne Jean-Michel Basquiat, all’epoca ancora sconosciuto, che interpreta se stesso: un giovane artista squattrinato che vaga per New York, cercando di vendere un suo quadro per evitare lo sfratto.

Downtown 81 è un film alla Andy Warhol, con una trama molto esile e protagonisti artisti noti e meno noti della scena underground newyorchese, che interpretano se stessi con tutti i loro vezzi, idiosincrasie, patetici tentativi di apparire cool e, soprattutto, di sfangare la giornata. Davanti alla telecamera sfila gente come i writer Lee George Quinoňes e Fab 5 Freddy, attori come Vincent Gallo (all’epoca suonava proprio con Basquiat), musicisti come Arto Lindsay coi DNA, Kid Creole & the Coconuts e, nel surreale finale, Debbie Harry nei panni di una fata-barbona che gli dona finalmente ricchezza tanto bramata.

Come si può intuire la cosa migliore del film è proprio la musica (la colonna sonora vede la partecipazione anche dei Tuxedomoon, Lydia Lunch e i Suicide). Nel suo peregrinare il giovane Basquiat, sempre imperturbabile di fronte a ogni disgrazia, si imbuca infatti con vari espedienti in una serie di concerti dal vivo, fornendoci uno scorcio della selvaggia vita notturna del tempo. Per la cronaca alla fine del film Basquiat riuscì a vendere il suo quadro per duecento dollari a Debbie Harrie e poco dopo divenne il pupillo di Andy Warhol e un artista di fama mondiale, a volte le favole diventano davvero realtà.

 

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