“Prenderanno anche me” sussurrava sommesso un pino, al margine del bosco. “ mi mancherà la luna…” Intorno solchi fantasma nel terreno, alle spalle la pineta intera, avvolta nel mantello stellato di una limpida notte.  Viscose lacrime sul tronco dell’albero, lente a nascere e a morire.

“L’avrò pure scelto io, forse. Ma non ricordo. Sono arrivate le ruspe e i camion. Dopotutto la città è vicina e ha questa stessa terra rossa, si vedranno forse le stelle tra i palazzi…” ragionava dubbioso il pino, sfregando le fronde nell’aria ferma.

Vide poi una stella andargli incontro, come sorta dal vicino ruscello. Poi pensò che le stelle non possono essere così piccine, né sanno muoversi così di fretta.

“Perché piangi?” da quel lumino una voce sottile. Era una lucciola.

“Non sto piangendo!” rispose il pino orgoglioso “riflettevo sul futuro che m’attende”

“Sembrava così da laggiù. E volevo vederti! Che futuro signore? Dove te ne vai?” chiese la lucciola curiosa.

“Vado dove mi portano. Alla città! Ad ornare i marciapiedi e ospitare nuovi nidi. La gente godrà della mia ombra nel solleone e della mia natura sempreverde nella merla!” Disse l’albero, dandosi un tono da re, ma col cuore incerto di chi sa e non sa.

“Ohh! Puoi fare tutto questo?! Devi essere molto felice…  io sono così piccola invece e la mia luce ha un breve raggio. Però se vieni un attimo con me ti faccio vedere la danza delle lucciole sul ruscello. È come un piccolo cielo stellato in moto difforme che il riflesso dell’acqua dilata a dismisura! Non so se la gente ne gode, ma vedo la luce negli occhi di chi  guarda! Vieni con me” Invitava la piccola creatura volteggiando intorno all’albero.

E il pino si commosse a quell’immagine umilmente raccontata. Dimenticò di essere un albero e fece per muoversi, ma nulla accadde: le radici lo ancoravano alla terra. E una grande tristezza lo percorse tutto, ma non voleva che la lucciola se ne accorgesse.

“Non posso venire, devo prepararmi al viaggio!” Rispose lui. Ma aveva paura, in fondo. Non sapeva se ci sarebbe stato abbastanza spazio lì dove andava. Era sempre una stanza di casa sua, ma non la conosceva. E se il marciapiede era troppo stretto? Aveva sentito di pini che avevano sollevato perfino l’asfalto, di altri sfrondati, altri ancora divelti. Come sarebbe stato quell’ignoto? E non poteva restare nel bosco come i piccoli arbusti, sarebbe stato bello, ma non poteva.

La lucciola capì la difficoltà del pino e non poteva fare niente. La sua luce diventò tremula, intermittente. Ora c’era ora non c’era più.

“ Va bene” disse tristemente “quand’è che parti? Verrò a salutarti” aggiunse poi, brillando così forte da coprire l’albero intero. Lui ne sorrise, entro i cerchi concentrici del suo cuore a strati.

“Non lo so con precisione…” disse il pino confuso.

“Allora verrò a trovarti ogni sera!” rispose la lucciola avvicinandosi ai rami più alti dell’albero, come a volergli baciare la fronte; poi  volò in tondo tante volte quanti erano i giri del suo cuore. E sparì nella notte.

Per tante lune la lucciola tornò dal pino. E lui le raccontò del bosco, della fotosintesi e delle radici. Ogni notte la lucciola era più luminosa e le fronde dell’albero più aperte e floride.  Lei per sbaglio gli bruciò un ramo, una volta; lui per sbaglio la mandò via, un’altra volta. Le ali della lucciola non resistevano alla pioggia e i rami del pino volgevano altrove se il vento era troppo forte. Le notti non erano tutte generose e tiepide, ma c’era qualcosa di alchemico e indissolubile tra questi due esseri così diversi.

La lucciola sapeva che il pino sarebbe andato via, che un giorno avrebbe trovato il solco nella terra. E quando ci pensava guardava il cielo e pregava :

“ Oh Notte sconfinata,

se mai qualcosa di terreno ti è mai stato caro,

ti prego,

fammi diventare una stella del tuo manto.

Che io possa proteggere dall’alto il mio albero,

che nessuno lo sciupi,

in nome dell’amore che gli porto.

E che lui possa vedermi quando non ci sarò

e non dimenticarmi mai”

Delia Cardinale

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