Roma s’espanse al punto da non riuscire più a controllare la sua grandezza. Non importa quanti domini conquisti, ma come li mantieni. Ho visto gente felice del proprio giardino sempreverde: niente che fosse abbandonato all’incuria, non una foglia sgualcita, non un ramo secco. E mille imperatori di deserti sconfinati. Con le mani pulite. Come se non si dovesse coltivare la terra per farla fruttare, come se dietro al fiore più profumato non ci fosse una schiena china, il dorso della mano sulla fronte, l’unghia spezzata. E chi usa la chimica, chi compra dal vicino, chi sa dimenticare, chi non ci pensa, chi si sorprende della carestia, chi aspetta….

Un morso alla mela rossa, grossa e lucente. Una mela mai vista, bella come in una favola: una mela di cera. E sputò via ciò che aveva ardentemente desiderato, scoprendo l’artificio dell’apparenza. Quali mani l’hanno cresciuta e colta? Da quali alberi a vapore? Poi allo sdegno sottentra la compassione. Che colpa può averne lei, col suo ridicolo vestito porpora sul vuoto? Non ha potuto scegliere di essere buona, né di avere un’anima cava. Non è colpa sua se anche il bruco o la mosca la sdegnano. L’uomo si lascia ingannare per abbracciare poi un estremo disgusto. Ma, quest’uomo, è diverso. Quest’uomo piange per la mela finta. Nessuno l’ha amata, nessuno la mangerà. Sarebbe stata scelta facilmente per il suo aspetto per poi marcire d’inutilità in una pattumiera. Ma quest’uomo non si arrende: la squarcia e ne prende i semi per piantarli nel suo giardino. Simula l’inverno col frigorifero, prima, poi il vaso e poi la terra libera. Innaffia, si occupa della carpocapsa con le palle da baseball.  Pota il giusto, dà forma alla pianta, poi all’alberello. E aspetta. Aspetta. Molta cura, molta pazienza.

E un mattino, finalmente, le gemme. Poi i primi piccoli pomi: sono gialli.

Delia Cardinale

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