Nell’immagine di copertina c’è Gipi. La sua vignetta ispirata dalla strage di Parigi.

Un rivolo di sangue su un foglio bianco, pronto ad essere disegnato, modificato e cancellato. Nel foglio bianco c’è tutto il pensiero dell’uomo libero, nella matita la prima cosa che si impara.

Una vignetta che vale più di tutte le vignette di Vauro o Bansky buoniste e dense di un’enfasi volatile ed effimera. In queste il concetto si fa spettacolo, senza desiderio, perché non c’è rinuncia.

La rinuncia è forte ed è presente in Gipi. Accettare, rinunciando, di non poter e voler dire esattamente nulla. Disegnare ciò che è stato.

L’arte diventa terapia, quando aiuta a comprendere il mondo. Gipi, da grande artista ci riesce. Semplicemente ed in modo grandioso. Lascia a noi un tempo lungo, lunghissimo, quello della elaborazione senza vincoli o guide, lascia a noi la libertà di pensare, quella stessa libertà che è stata massacrata ieri.

Il foglio bianco è l’uomo senza religione, l’uomo nel pieno delle sue capacità, l’uomo l’ibero. L’uomo che crede in se stesso perché pensa e lo fa a lungo. L’uomo che s’interroga ed interroga, evita risposte e teme i giudizi. In quest’uomo la personalità è una barriera porosa che genera la vita perché consente gli scambi. E’ un uomo che può dire tutto e, al tempo stesso, accetta. E’ un uomo che può generare il cambiamento.

Oggi, nella guerra tra armi e matita, nella condanna dei padri o dell’assenza di essi, io mi sento solo di condannare l’uomo cieco, non per religioni, ma per ipertrofia della personalità. L’uomo che vuole imporsi.

AB

 

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