Sono passati ben 6 anni dall’uscita di “Luna persa”, ma dopo questa lunga pausa discografica ecco ritornare sulla scena con un nuovo album in studio, “Dremong”, uno dei cantautori più acclamati d’Italia: Max Manfredi.

Per chi non lo conoscesse, molto velocemente diremo che Max Manfredi vanta prima di tutto una collaborazione con un suo illustrissimo concittadino, Fabrizio De André, il quale definirà il giovane cantautore come «il più bravo» fra gli italiani. Parole di plauso per Max anche da un altro grande della musica italiana, Roberto Vecchioni, il quale parlerà di Manfredi come di «uno che ha bazzicato col romanzo, con la poesia, col dialettale, con la canzone e senza, è uno spiritoso, un capace, uno che non posso nemmeno limitare con il termine di cantautore: è un intellettuale».

Se ciò non bastasse molti sono i riconoscimenti collezionati da Max durante la sua carriera, dall’aggiudicarsi la Targa Tenco come opera prima nel 1990 con l’album “Le parole del gatto” (piazzandosi davanti a Ligabue) fino al Premio Lunezia per ripiazzarsi, poi, nel 2009, davanti ad artisti quali Vinicio Capossela, Dente, Ivano Fossati e Bobo Rondelli aggiudicandosi di nuovo la Targa Tenco come miglior disco dell’anno.

FCopertina Dremongatta questa doverosa (e limitata, rispetto alla lunga carriera di Max) premessa arriviamo a parlare di “Dremong”.

Prodotto dallo stesso Max insieme a Fabrizio Ugas (il quale ha curato anche arrangiamenti, chitarre e impostazione musicale generale, oltre a firmare 10 brani dell’album insieme a Manfredi) e suonato da musicisti quali Matteo Nahum, Elisa Montaldo, Marco Spiccio e numerosi altri, “Dremong” è un album che al primo ascolto mi ha lasciato spiazzato, data la sua complessità e ricercatezza, sia da un punto di vista stilistico che interpretativo. Max Manfredi di sicuro sa il fatto suo in quanto a songwriting e lo dimostra con questo suo nuovo album, a cavallo tra quello che fu il cantautorato di Fabrizio De André (anche esso, come quello che Manfredi propone, spesso contaminato da stilemi vari) e quello più attuale e teatrale di Vinicio Capossela, il tutto condito da una non troppo marcata impronta progressive che tende verso territori classici.

Volendo essere ultracritici, uno dei nei dell’opera si nota di ascolto in ascolto: se a un primo approccio “Dremong” lascia attoniti, per quanto appena detto, troppi orpelli spesso appesantiscono i brani piuttosto che rendere giustizia alla composizione di base. È qui che la linea fra “ricercato” e “pomposo” diventa difficile da percorrere senza inciampare. La scelta di un arrangiamento piuttosto che un altro, la produzione con relativa scelta dei suoni (per citare un solo esempio, alcune distorsioni di chitarra tentano di essere rock ma sono troppo nitide) non enfatizzano del tutto la bellezza di alcuni dei brani di “Dremong”. La ricerca del suono nitido, come in questo caso, è tipica di un cantautorato troppo attento alla “perfezione” (e virgoletto perché spesso il suono “perfetto” è dato da una sbavatura, ben lo sanno gli ingegneri che lavorano nel campo della musica elettronica). Un lavoro come “Dremong” avrebbe dovuto, piuttosto, pescare a piene mani dalla tradizione ’70, dal cantautorato da un lato, dal progressive dall’altro, in quanto a scelte di produzione, puntando su un suono magari più “sporco” ma più comunicativo.

Questa scelta (probabilmente mossa anche dalla voglia di riuscire ad arrivare a un pubblico più vasto, abituato appunto a produzioni più nitide) non intacca comunque sul valore dei brani i quali, possiamo ben dirlo, sono fra le composizioni più interessanti a livello compositivo che potrete ascoltare all’interno del panorama cantautorale italiano odierno.

Quindi possiamo ben dire “Bentornato, Max Manfredi!”.

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