Quando di non amore si muore…gelosia narcisistica e rivendicazione di libertà femminile: questo sei, mia Danaide…sciolta nella roccia in un pianto eterno. Come quarantotto sorelle innamorata di tuo padre, contro la gabbia matrimoniale ed ogni altro uomo. Bellissima e spietata vedova a spada tratta verso la ragion di Stato. Ti avrei seguita in Argolide, avendo il tuo sangue e come te avrei ucciso, per abbracciare il mio credo. Nobile e supplice assassina al capezzale di un amore fittizio, mai scelto, coatto e lacerante come catene ai polsi. Dal tuo grembo superbo ebbe origine tutta la Grecia, culla d’Occidente e di tutte le scienze. Lungo le cosce di madreperla embrioni pensanti che avrebbero portato l’umanità alla ricerca interiore ed esteriore. Nacque dal rifiuto di una donna ogni ramo dello scibile, dal mito all’astronomia, dalla fisica alle arti plastiche, dalla filosofia alla medicina. Quasi un paradosso la prerogativa maschile del sapere, quasi un’onta alla ribellione della Danaide. Lo stesso pensiero generato dai tuoi parti, frustrato e virile, ti condannò al Tartaro per la tua ritrosia al talamo e alla soggezione. E ti ritrovo, con le tue sorelle, a versare acqua in una botte bucata, per l’eternità. Ti avrei innalzata, secoli fa, da donna a donna. In ginocchio sul tuo corpo in deliquio, invoco la vendetta dei posteri. L’unico superstite alla furia del tuo sangue selvaggio ti rubò il respiro, ma non il tributo senza tempo della memoria. I tuoi figli ti hanno salvata e celebrata, Danaide maledetta, da Eschilo a Ovidio a Rodin. Il tuo regno inviolato è il giardino dell’arte che ti ha dipinta insieme vittima e carnefice, figlia e madre…santa e blasfema come lo spergiuro in punto di morte.

 

Delia Cardinale

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